
Il 12 marzo 2006 il popolo ticinese respinse con l’79% di favorevoli il referendum promosso dalla Lega dei ticinesi contro il divieto di fumare nel locali pubblici adottato dal Gran Consiglio. Un risultato talmente netto che parlare di plebiscito non appare di certo fuori luogo. Con questa decisione il nostro Cantone ha avuto il merito di essere il primo a livello svizzero ad introdurre un divieto generalizzato di fumo in ristoranti, bar, discoteche, ecc. e ad aprire quindi la strada all’adozione da parte di altri cantoni di restrizioni analoghe, anche se in alcuni casi sono state previste eccezioni. Interessante osservare che praticamente in tutti i Cantoni in cui il popolo è stato chiamato alle urne si è espresso favorevolmente al divieto du fumare nei locali pubblici, anche con maggioranze consistenti (solo alcuni esempi: GE 82%, VS 76%, VD 69%, BL 65%, ZH 57%, SG 59%). Un segnale chiaro che il Parlamento federale avrebbe dovuto tenere in debita considerazione. Peccato però che invece di seguire questa tendenza sia a livello svizzero, ma anche internazionale (la maggior parte della nazioni europee, come pure gli Stati Uniti e l’Australia hanno introdotto da tempo normative restrittive in materia), il Parlamento ha elaborato una sorta di compromesso pasticciato, analogo fra l’altro a quello che venne fucilato dal Gran consiglio ticinese nel 2005 che preferì l’emendamento che avevo proposto). La storia si ripete e quanto deciso finora dal Parlamento prevede eccezioni che non tutelano affatto la popolazione (avventori e personale della ristorazione) dagli effetti nocivi del fumo passivo. Inevitabile pertanto il lancio di un’iniziativa popolare che chiede appunto l’introduzione a livello svizzero di disposizioni univoche ed efficaci a tale scopo. Oltre a un vago richiamo al federalismo, che su questo tema mi appare francamente fuori luogo, gli oppositori all’iniziativa popolare vorrebbero profilarsi come i paladini della libertà di ogni individuo contro il proliferare di divieti che opprimono la nostra vita. Una tesi a prima vista accattivante ma anche con inclinazioni demagogiche. Demagogiche per il semplice fatto che in questo caso non è in gioco solo la presunta libertà di poter fumare nei locali pubblici, ma anche la libertà degli avventori e di chi vi lavora di non dover subire il fumo passivo che, oltre a dare fastidio, arreca gravi danni alla salute. Quale fra queste libertà debba prevalere lo deciderà il popolo svizzero. Senza scomodare i principi di costituzionalità non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che l’esigenza di tutelare i diritti di chi non vuole subire gli effetti dannosi del fumo passivo (la maggioranza della popolazione) deve prevalere sul diritto (di una minoranza) di poter fumare all’interno degli esercizi pubblici. In che modo? Adottando la soluzione proposta dall’iniziativa in votazione. Per il resto, ognuno potrà continuare a decidere il proprio stile di vita, compreso fumare nonostante i rischi che ciò comporta per la salute. Alla luce della positiva esperienza fatta in Canton Ticino, ai benefici che ha portato sia dal punto di vista della qualità di vita che della sanità pubblica (secondo uno studio vi è stata una riduzione del 20% degli infarti), il prossimo 23 settembre votiamo con convinzione SI all’initiativa contro il fumo passivo. Fabio Regazzi, consigliere nazionale PPD
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