
Il Consigliere federale Johann Schneider- Ammann ha affermato che la qualità di vita delle regioni non dipende soltanto dal paesaggio, ma anche dal dinamismo economico. In effetti, la prima caratteristica già esiste e merita di essere valorizzata e sfruttata in modo sostenibile. Il paesaggio non va costruito, realizzato. Tuttavia, le valli alpine hanno una vocazione turistica che negli ultimi anni ha sofferto ed è stata fonte di conflitti. Problemi generati da decisioni di ordine superiore del tutto inattese, come l’abolizione del cambio minimo euro-franco; l’approvazione dell’iniziativa Weber sulle abitazioni secondarie, si sono aggiunti a situazioni di disagio interne che perdurano; penso in particolare ai problemi di successione aziendale di un esercizio pubblico o di un’azienda agricola.
Quindi, ritornando all’affermazione pertinente del Nostro Consigliere federale, risulta difficile promuovere l’imprenditorialità di una regione di montagna, se il paesaggio in quanto tale non offre più opportunità di crescita. Anzi, gli aspetti conservativi e di tutela prevalgono. Da qualche anno la gestione dei conflitti risulta preponderante rispetto alla creatività. Non basta una buona idea per rilanciare l’attrattività di una regione caratterizzata da un paesaggio apprezzabile. Occorre anche una strategia su come affrontare inevitabili frizioni all’origine addirittura di immobilismo e frustrazione. Si impone così un cambio di mentalità, un nuovo approccio. I principi della Nuova Politica Regionale della Confederazione mirano a obiettivi comuni a ogni angolo del Paese, a prescindere dalle condizioni di base socioeconomiche. Il dinamismo auspicato dal Consigliere federale deve poter crescere su un terreno fertile. E nel 2018 la politica regionale nelle zone periferiche deve essere compendiata da un ulteriore elemento determinante, ossia l’offerta di una mediazione, di una struttura in grado di gestire i conflitti. Senza questo nuovo fattore, inevitabilmente spicca l’immagine di zone e valli periferiche costantemente in affanno, arrabbiate, indignate dall’ottusità di alcuni collaboratori dell’amministrazione federale e incapaci di trovare una convergenza su progetti interessanti.
Di conseguenza hanno buon gioco coloro che liquidano la questione con una semplice constatazione, ossia che regna ancora la mentalità del sussidio. Ma non basta appianare le divergenze e evitare conflitti. Dobbiamo allargare gli orizzonti. Per spiegarmi meglio parto da una domanda: siamo così sicuri che anche negli agglomerati urbani, oramai abitati dall’80% della popolazione svizzera, non si imponga una nuova mentalità nell’affrontare le sfide del futuro? Il dinamismo economico menzionato da Schneider-Ammann non può essere costantemente promosso e alimentato senza capire i limiti della crescita esponenziale all’interno degli agglomerati. Nel corso degli anni settanta del secolo scorso vi abbiamo concentrato ospedali e scuole. L’incremento demografico, favorito anche da flussi migratori, ha posto seri problemi che non sembrano ottenere risposte scontate. Anzi, aggiungendo traffico e sicurezza, hanno reso molto difficile e costosa la conservazione delle prerogative delle grandi città, condannate a rilanciarsi costantemente, oramai vittime del loro successo. La politica dell’alloggio, la sicurezza e la mobilità sono priorità che inevitabilmente mettono in secondo piano i disagi delle zone periferiche e di montagna. Le opportunità economiche offerte dalle grandi città in crescita hanno inferto un duro colpo alla vitalità delle periferie. I flussi migratori sono sempre stati unidirezionali. A questo punto mi chiedo quanto segue. Siamo sicuri che le soluzioni ai problemi menzionati che attanagliano Zurigo o Basilea, non possano trovare risposta anche nella Surselva, in Vallese oppure in Valle di Blenio? Chi ha detto che l’offerta di formazione in ambiti specifici deve rimanere e svilupparsi solo in una grande città? La digitalizzazione deve pian piano passare dalla fase di assimilazione a quella di realizzazione. I seminari e le giornate di studio che vogliono renderne consapevole la gente sono all’ordine del giorno. Un progetto che permette di rinnovare il dialogo tra centro e periferia non può ridursi alla ricerca di soldi e sussidi indispensabili alla sopravvivenza di strutture, già fragili. Ma deve poggiare su un interrogativo: ossia quali problemi potrebbe risolvere la periferia alla città? Evidentemente, non possiamo più permetterci di rispondere con la necessità di offrire luoghi di svago...Fabio Abateconsigliere agli Stati PLRa, formazione
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

