
Meride lunedì mattina primo maggio; Petra Weiss, settant’anni, artista ceramista, è accampata davanti al portone della casa ricevuta in eredità dalla sua mamma e ha iniziato uno sciopero della fame.
La trovo seduta su una poltroncina di plastica all’interno di un cortile. Fa freddo e piove. È stato allestito un gazebo e sotto un portico è stata montata una tenda canadese … si scorge un sacco a pelo. Una stufetta elettrica rilascia un po’ di caldo sulle sue ginocchia. Mi saluta, mi abbraccia, contenta di ricevere gesti di condivisione e conforto. Il luogo è diventato subito meta di pellegrinaggio di persone vicine e lontane: Amici desiderosi di sostenerla.
Un forte gesto di protesta silenziosa per far conoscere il suo problema: L’esigenza di tornare in possesso della sua casa in quanto da troppo tempo gli inquilini, nonostante abbiano ricevuto ripetute ingiunzioni di sfratto, non intendono liberare l’immobile.
È una storia lunga e complessa sfociata lo scorso marzo nella partecipazione di Petra alla trasmissione Patti chiari.
È una storia di avvocati e di tantissime scartoffie, di mancanza di comunicazione.
È una storia di buonismo da parte delle istituzioni cantonali intente a foraggiare questa diatriba mettendo a disposizione degli ostinati inquilini, persone in regime di assistenza, oltre al pagamento dell’affitto pure la fornitura di prestazioni legali gratuite.
Attualmente nel Mendrisiotto vi è una grande offerta di appartamenti, perché non voler traslocare pacificamente senza creare tanto trambusto?
Privarsi del cibo per attirare l’attenzione su un fatto. La nostra società opulenta fatica a identificarne i valori. Tutto ciò potrebbe sembrare l’agire di altri tempi; celebri gli scioperi della fame del radicale italiano Pannella, storici quelli del grandissimo Gandhi. Speriamo che in tempi brevissimi si possa trovare la strada del dialogo e dell’accordo e che la vicenda si risolva.
Egidio Cescato, Balerna
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