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Edoardo Cappelletti - No a privatizzazione della sorveglianza carceraria
Redazione
13 anni fa

La svendita dei servizi pubblici imperante in tutta Europa rappresenta l’erosione del potere dei cittadini su una porzione sempre più vasta della società, la quale risulta così in progressiva mercificazione e sempre meno vicina ai bisogni della maggioranza della popolazione. Ed ecco che sull’altare dell’austerity ticinese (ma nel compiacimento delle tasche dei privati) il Gran Consiglio si appresta a privatizzare un settore, il quale si vorrebbe in uno Stato di diritto sotto il controllo trasparente della collettività: quello carcerario. L’intenzione di privatizzare parzialmente il sistema carcerario ha radici più lontane, che affondano nel 1998 con la paventata cessione del trasporto dei detenuti ai privati. Una misura che è stata propugnata come primo ed ultimo passo verso un’istituzione a maggioranza pubblica, ma che si rivela oggi premonitore di un più massivo progetto di privatizzazione al quale bisogna rispondere con assoluta fermezza, in quanto dannoso sia per l’efficienza del servizio e sia per le condizioni lavorative del personale impiegato. Segnatamente, alla luce di quelli che sono stati i recenti abusi di polizia, ben si comprende la necessità di avere degli agenti che dispongano di una preparazione all’altezza al compito che devono assolvere. Nell’ambito della sorveglianza possono infatti presentarsi situazioni delicate, che per essere accortamente gestite richiedono una formazione specializzata di cui i carcerieri privati sarebbero però sprovvisti. Un giustificato utilizzo di misure coercitive dovrebbe essere in questo senso demandato unicamente ai funzionari dello Stato, il quale, appurata la qualificazione dei suoi dipendenti, sarebbe inoltre nella condizione di fare luce qualora si dovessero manifestare degli illeciti all’interno del carcere. Dei peggioramenti si riscontrerebbero anche per quanto riguarda le condizioni lavorative. Una privatizzazione della sorveglianza carceraria implicherebbe l’apertura del mercato lavorativo, che contestualmente agli odierni bilaterali segnerebbe uno stimolo a mettere in concorrenza la manodopera residente con quella d’oltrefrontiera, con la risultante di uno schiacciamento verso il basso dei salari. Un fenomeno di dumping che vedrebbe complice lo Stato, il quale dovrebbe invece farsi promotore di una parificazione dei diritti e di un salario minimo dignitoso. Per quelle forze politiche che di uno xenofobo protezionismo economico fanno il loro cavallo di battaglia, anche solo quest’utimo elemento basterebbe a giustificare la loro avversione a questo ennesimo sgretolamento dell’apparato pubblico. Con danni irreparabili alla professionalità, all’efficienza e alla credibilità del sistema carcerario; parallelamente a una subordinazione dei diritti lavorativi agli interessi privati (che si risolverebbe oltretutto con un inaccettabile aumento del precariato), la privatizzazione della sorveglianza carceraria incontra le mie più forti resistenze. Seppur immerso in un contesto di crisi economica (ormai diventato un agnello sacro del liberismo per giustificare i continui tagli alla spesa pubblica) è imperativo che lo Stato si faccia pienamente carico di quei settori essenziali e di rilevanza collettiva: soprattutto se la loro cessione ai privati sarebbe gravida delle controversie esposte in precedenza e in modo particolare se la classe politica cantonale, parallelamente alla decantata difficoltà a mantenere pubblici gli agenti carcerari, intende aumentare quelli presenti sul territorio per un costo di oltre 8 milioni di franchi. Edoardo Cappelletti, Consigliere comunale PC di Lugano

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