
La Svizzera finalmente alza la testa e tenta di difendere le sue posizioni ed ecco che gli epigoni del potere nel loro piccolo s’incazzano. L’ultimo esempio ce lo dà Sergio Romano. Spero che il «Corriere del Ticino» smetta di ospitare e dare spazio a personaggi che non perdono occasione per poter parlare male della Svizzera. Sergio Romano, con il suo articolo sul «Corriere della Sera» Svizzera: se ne può parlar male? Sì non solo si è chiesto se per la Svizzera esista un problema di credibilità, ma ha sostenuto la sua tesi sollevando una serie di argomenti scorretti, che esulano dal tema dello scudo fiscale, con il solo intento di denigrare il nostro Paese. Altrimenti non si capisce perché, sostenendo la sua tesi, egli abbia scorrettamente richiamato la tematica dell’oro e dei nostri rapporti con il Terzo Reich nel corso della Seconda guerra mondiale e dimenticato di completare l’informazione sottolineando ad esempio la seria volontà del nostro paese civile di approfondire e far luce sul tema, nominando la commissione indipendente Bergier. Ha citato il recente caso Gheddafi senza dire che l’Italia ha dovuto ingoiare affronti ben peggiori e che l’Inghilterra ha subito lo stesso sbeffeggiamento da parte del capo tribù del Nord Africa, pur godendo di un peso ed un prestigio internazionale superiore a quello della Svizzera. Ha citato scorrettamente a favore delle sue tesi il caso UBS. Non contento ha concluso relegando la nostra posizione a d un’area dignitosamente povera che deve la sua prosperità al solo miracolo italiano: finora – è la sua etsi – voi Ticinesi ne avete approfittato raccogliendo le briciole che cadevano dal tavolo, ma adesso buoni e zitti! Nella sua conclusione ha però dimenticato di dire che il miracolo italiano è stato possibile anche grazie alle continue svalutazioni competitive del cambio della lira rispetto alla concorrenza internazionale, all’evasione sistematica delle imposte che ha permesso da un lato una concorrenza sleale e dall’altra la sicurezza di poter attingere a capitali all’estero per essere reinvestiti nell’economia italiana nei momenti difficili. Perché per noi è legittimo poterci difendere? Perché pensavamo di essere un Paese amico dell’Italia e che nei nostri confronti fossero riconosciuti almeno le cortesie del dialogo e i canali diplomatici preposti ai quali eravamo abituati, riservando le aggressioni ad altri, ma ci siamo sbagliati. Sbarazziamo anche il campo da possibili fraintendimenti e diciamo che non vogliamo vivere dell’evasione fiscale altrui; ma non imputate alla Svizzera colpe non sue che sono da ricercare nel Paese di Sergio Romano. Il segreto bancario fa parte della nostra cultura ed è l’espressione della nostra diffidenza nei confronti dello Stato guardone. Paolo Sanvido, membro del Comitato d’iniziativa «Difendiamo la Svizzera Il segreto bancario nella Costituzione»
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