
Più burocrazia, più assunzioni statali e costi per milioni per risolvere il problema del dumping salariale? Il problema non nasce perché mancano i controlli, ma perché in Ticino – da quando è stata introdotta la libera circolazione delle persone – è diventato terreno fertile per assunzioni di manodopera a basso costo, schiacciando i salari verso il basso. Ogni volta che lo Stato non riesce a gestire un fenomeno, la risposta è moltiplicare la macchina amministrativa. Ma non funziona così!
Dumping salariale: la risposta non è moltiplicare la macchina amministrativa!
Il rapporto di maggioranza – correlatrice Raide Bassi – votato in Gran Consiglio che invitava a respingere l’Iniziativa popolare legislativa generica “Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!” ha sottolineato come le infrazioni gravi in materia di dumping non si scovano aumentando il volume dei controlli, ma la loro qualità: servono coordinamento, dati, tecnologia e interventi mirati. È questa la via dell’efficacia, non la moltiplicazione automatica degli organici. Inoltre, il Ticino già oggi controlla molto, e spesso meglio di altri cantoni. Molti settori sono vigilati dalle Commissioni paritetiche, dalla SUVA e dall’Associazione Interprofessionale di Controllo.
In Ticino la pressione sui salari è reale: abbiamo un mercato del lavoro che, da quando è stata introdotta la libera circolazione delle persone, è diventato un terreno in cui vediamo un afflusso costante di manodopera a basso costo. Il problema non nasce perché mancano i controlli, ma perché si è costruito un sistema che crea le condizioni quadro del dumping. È un po’ come aprire tutte le finestre in pieno inverno e poi discutere su come deve essere impostato il riscaldamento. Prima si chiudono le finestre. Poi si regola il termostato. Non il contrario. Il dumping salariale si combatte riducendo la pressione che lo genera, difendendo la sovranità e ristabilendo un equilibrio che questo Cantone ha perso ormai da tempo. Non si può perpetrare l’usanza dimettere cerotti su una ferita in cancrena da un ventennio. E i ticinesi lo hanno già indicato più volte, quando hanno sostenuto iniziative come “Stop immigrazione di massa” o “Prima i nostri”. Segnali, questi, che mostrano come la popolazione vuole che questo Paese ritrovi il controllo della propria politica migratoria, del proprio mercato del lavoro e della propria sovranità. È l’unico modo per i nostri lavoratori di riappropriarsi di quel potere contrattuale che la libera circolazione ha di fatto spazzato via.
Un obbligo di notifica chiaro e proporzionato per l’Autorità ecclesiastica
Il rapporto redatto da Lara Filippini e sostenuto dal resto della Commissione Costituzione e leggi per l’Iniziativa “Reati di membri del clero. Per un obbligo di notifica da parte dell’Autorità ecclesiastica” ha messo in luce un vuoto normativo: la collaborazione tra Stato e Chiesa era prevista in linea di principio, ma mancava una regola chiara su cosa dovesse accadere quando un’autorità ecclesiastica viene a conoscenza di fatti penalmente rilevanti. All’unanimità il Gran Consiglio ha votato a favore del rapporto e dunque per l’introduzione di un obbligo concreto, chiaro e proporzionato: quando esistono indizi oggettivi di un reato perseguibile d’ufficio commesso da un ecclesiastico, l’Ordinario deve informare le autorità penali entro trenta giorni.
Più chiarezza in materia di aiuti sociali agli stranieri!
La mozione “Troppi aiuti sociali agli stranieri penalizzano i ticinesi; un approfondimento è indispensabile” presentata dalla Lega dei Ticinesi non introduce nuove limitazioni – come rileva il rapporto di maggioranza, relatore Alain Bühler – ma chiede di esaminare in modo strutturato e indipendente il quadro legislativo in materia, con l’obiettivo di armonizzarlo e renderlo più chiaro.
UDC Ticino ritiene che la richiesta di un’analisi tecnica e giuridica rappresenti un approccio responsabile in un contesto caratterizzato da una crescente pressione sulle finanze pubbliche. L’obiettivo della mozione è duplice: da un lato, garantire priorità e tutela ai cittadini ticinesi nell’accesso alle prestazioni sociali finanziate dal Cantone; dall’altro, ostacolare il fenomeno noto come “turismo sociale”, ossia l’accesso a prestazioni pubbliche da parte di stranieri senza un sufficiente radicamento sul territorio.
