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Mattea David
Dove c'è scritto sensibilità, leggete competenza
©Chiara Zocchetti
©Chiara Zocchetti
Redazione
20 giorni fa
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Qui sotto trovate l'opinione di Mattea David, seguita in calce dalla risposta del direttore del Corriere del Ticino, Gianni Righinetti.

Ne ho abbastanza dei complimenti. Di quelli che arrivano col sorriso e ti lasciano una pacca sulla spalla. «Sensibile» è il re, anzi regina, di tutti: nessuna donna si offende, e proprio per questo nessuna lo contesta. Esiste anche un nome per questo meccanismo: sessismo benevolo. Fa più danni di quello ostile, perché non puoi che ringraziare.

Nel suo primo editoriale, il nuovo direttore del Corriere del Ticino annuncia di volere più donne in redazione, e ne spiega il perché: le quote non lo convincono. A convincerlo è la «sensibilità» che portano.

Rileggiamo la logica. Scarta la quota perché troppo formale, e la sostituisce con un criterio più rigido: un carattere, presunto, attribuito a metà della popolazione. Almeno un numero si può verificare. Un temperamento no.

Poi Gianni Righinetti passa in rassegna la squadra. I colleghi uomini sono «giovani rampanti» o «esperti»; quando si parla di direzione, si parla di rigore, iniziativa, indipendenza. Alle colleghe, un tratto del carattere. Da una parte il lavoro, dall'altra la natura.

Proviamo a metterla in un annuncio. «Cercasi giornalista. Requisito: sensibilità. Nessuna redazione lo scriverebbe, eppure è ciò che si dice.

Spiegatemela, questa sensibilità. Serve a verificare una fonte? A ricostruire un fatto? A riconoscere un conflitto di interessi? A fare la domanda scomoda, a leggere un bilancio, a distinguere un'opinione da un fatto, a reggere la pressione di una chiusura, a rispettare la deontologia? Ogni volta che provo, la risposta è la stessa: si chiama competenza. Il suo nome è un altro.

E se invece è la qualità che si attribuisce alle donne in quanto donne, allora si torna al posto di sempre. All'uomo l'azione, l'autorevolezza, l'esperienza. Alle donne la cura, l'ascolto, l'accoglienza. Roba da scrivere a margine del lavoro degli altri.

L'effetto, poi, è peggiore dell'etichetta. Detta a una giornalista, «sensibile» è un trasferimento di mansione. Le assegna la funzione della pianta in ufficio: fa bene all'aria, rende la stanza più gradevole, ricorda che esiste qualcosa oltre le scadenze. Chi è sensibile aiuta gli altri a lavorare; chi è competente lavora, e ne risponde. Il primo è un servizio, il secondo un potere. E il complimento va sempre al servizio. È un declassamento con il fiocco, consegnato con un sorriso: per questo è così difficile rifiutarlo.

Ed è qui che mi arrabbio. Non perché sia offensivo, ma perché è gentile.

Intendiamoci, la sensibilità è una bella cosa, ma non è una “cosa da donne”. Esistono uomini sensibili e donne che lo sono meno, e va benissimo così. Il giornalismo però si misura su ciò che si verifica, su ciò che si chiede, su ciò che si ha il coraggio di pubblicare. La competenza è un requisito del mestiere. Il guaio comincia quando una qualità umana viene assegnata a un genere e fatta passare per un titolo professionale.

Un'indole si riceve in dote e si ammira, come il bel tempo. Una competenza si costruisce, si espone al giudizio, si mette alla prova: per questo si può pretendere che venga riconosciuta, e retribuita. Un complimento sul carattere è gratis. Uno sul lavoro, prima o poi, chiede voce, un aumento di stipendio, riconoscimento. Non dubito della buona fede del direttore, ma una parola discrimina anche quando chi la usa non ne ha l'intenzione. Basta il vocabolario. Chi lavora con le parole, dovrebbe saperlo. Prima delle nomine vengono i ruoli, e i ruoli cominciano dal lessico.

Nell'editoriale il direttore nomina le sue giornaliste, e io le nomino con lui: Prisca Dindo, Martina Salvini, Valentina Coda, Lidia Travaini, Asia Della Bruna, Maddalena Buila, Ginevra Benzi, Jenny Covelli, Lara Sargenti, Federica Serrao, Irene Solari, Rosi Parillo, Martina Ravioli. Penso anche alle giornaliste di TeleTicino, Laura Milani, Claudia Rossi, Laura Zucchetti, Sara Bellini, Barbara Venneri, solo per citarne alcune. Sono firme e sono voci. Non parlo a nome loro, sia chiaro, ma scrivo del posto che non hanno.

L'organigramma del Gruppo annunciato il 28 settembre non ha bisogno di nomi. Ha titoli: direttore editoriale di Gruppo, direttore del Corriere del Ticino, vicedirettore, responsabile del Superdesk, coordinatore editoriale multimediale, direttore di TeleTicino, direttore di Radio3i. Li ho letti tutti e sette: la desinenza è sempre la stessa.

Alle donne i nomi, agli uomini i ruoli. I nomi si citano, i ruoli si esercitano.

Le competenze di chi è stato scelto non sono in discussione. Lo è il fatto che le giornaliste della stessa redazione restino fuori dalla stanza in cui si sceglie. Non voglio essere contata. Voglio contare. Contare le donne di un'azienda è facile, basta un elenco: la presenza si concede e non costa niente. Il potere si condivide, e costa. Sta nel sapere chi firma le scelte, chi ha l'ultima parola, chi risponde del risultato.

Un giornale che racconta una società intera non può farsi guidare da una parte sola di quella società e chiamarla pluralità perché l'altra parte è nell'elenco.

Al direttore auguro buon lavoro. Si può cominciare dal vocabolario. Non gli chiedo di rinunciare ai complimenti: gli chiedo di cambiarli. Una competenza non si loda, si riconosce. Dove ha scritto «sensibilità», scriva «competenza»: è una parola sola, ma sposta tutto il resto. Di complimenti noi donne ne abbiamo ricevuti abbastanza. Quello che vogliamo è che ci si riconosca.

Le porte chiuse con garbo sono le più difficili da vedere. Per questo bisogna chiamarle per nome.

Il complimento lo restituisco al mittente. Io voglio lo spazio.

Mattea David

La risposta del direttore del Corriere del Ticino

Gentile signora David, mettiamo innanzitutto in chiaro il punto del suo scritto: io non sono sessista. L’etichetta, anche addolcita da «benevolo», è grave e la respingo senza riserve. Rispetto donne e uomini. Non ho detto che alle donne spettino cura e ascolto e agli uomini autorevolezza, azione e potere. Non mi attribuisca una tesi che non ho sostenuto. Il paragone con la pianta d’ufficio e il «declassamento con il fiocco» non confutano le mie parole: le esasperano fino a farne una caricatura offensiva e inveritiera. Può criticare le mie parole, non mettermi in bocca un’intenzione mai espressa. Una critica, però, la raccolgo: «sensibilità» può risultare ambiguo e un attributo femminile naturale. Non era questo il senso. Certamente occorre comprendere il contesto del mio scritto, ma questo esercizio capisco che non lo posso chiedere a lei. Qui faccio autocritica: avrei potuto scegliere e spiegare meglio le parole. Le colleghe del Corriere del Ticino che ho citato nel mio editoriale mi conoscono e sanno qual è il mio modo di lavorare: all'insegna del rispetto assoluto, per tutti, per tutte. «Giovani rampanti» ed «esperti» descrivevano persone e percorsi, non categorie maschili: non avevano una connotazione di genere e valgono per donne e uomini. La sensibilità non è prerogativa femminile e non l’ho contrapposta alla competenza. Si contestino pure le mie parole; non si riscrivano per farne un’accusa.

Gianni Righinetti, direttore responsabile Corriere del Ticino

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