
Quando viene attaccata, una nazione degna di questo nome risponde con le armi adeguate. Quando viene invaso, un Paese che abbia qualcuno di decente al governo risponde mandando l'Esercito verso le frontiere. Ma la Svizzera, che si trova in stato di guerra da oltre un anno continua a porgere l'altra guancia. Ed a furia di offrire l'altra guancia siamo rimasti senza la faccia. La misura è colma. Non da oggi Nel giorno in cui si dovrebbe festeggiare il "Natale della Patria", io non ho alcuna intenzione di celebrarne il funerale. Perché nella Svizzera, nel Ticino, nella gente di questa terra credo e continuo a credere. Non credo invece ad una parola di quel che ci viene raccontato né da Bruxelles né da Washington né da Parigi né da Roma: in un modo o nell'altro, tutti vogliono spolpare la Svizzera. E non credo nemmeno a Berna, la Berna che getta miliardi di franchi verso l'estero senza ottenere nulla in cambio, la Berna che fa sfilare tre fighe di gesso - spendendo milioni - da una capitale all'altra, la Berna che si prostra davanti ad un qualunque politicuzzo straniero se appena quest'ultimo alza la voce. I fatti, i semplici fatti continuano a darci ragione per tutto quel che abbiamo detto e scritto da quasi 20 anni a questa parte. Ed allora: la misura è colma, si passa alla controffensiva, piombo al piombo, e non si fanno prigionieri. Trattati come gli ultimi dei plebei Berna tratta il Ticino come se fossimo pezzenti: pensiamo alle ingerenze nella pianificazione del territorio, alla totale latitanza nella politica di controllo alle frontiere che genera, oltre a tutto, la totale insicurezza degli svizzeri per il loro posto di lavoro e lascia migliaia di nostri giovani senza certezze per il futuro, all'assoluta incapacità di generare una politica agricola rispettosa delle nostre esigenze. Pensiamo al rifiuto sistematico di prendere in considerazione il raddoppio della galleria autostradale al San Gottardo; pensiamo alle misere cifre che ci vengono riversate sugli oltre 800 milioni di franchi in tasse e dazi sul carburante che il Ticino paga ogni anno ed agli altrettanto miseri contributi che ci vengono riversati dalla tassa sul traffico pesante, di cui il Ticino sopporta ogni possibile disagio; pensiamo alla fiscalità opprimente in materia di sale da gioco (così stando le cose, tanto vale che i casinò vengano chiusi). Pensiamo all'indisponibilità a difendere il Ticino contro pericoli la cui gravità si vedeva e si vede da lontano: il Ticino della Lega è stato obbligato a lanciare un'iniziativa popolare per far ancorare il segreto bancario nella Costituzione, a tutela della piazza finanziaria, del benessere e delle centinaia di migliaia di posti di lavoro che la stessa piazza finanziaria genera, quando invece ad agire in questo senso sarebbe dovuto essere il Consiglio federale. Sempre a discapito del Ticino Pensiamo anche all'assenza di sensibilità a proposito delle ricadute fiscali da alcune aziende nazionali e multinazionali che producono utili da centinaia di milioni di franchi, ma che non pagano praticamente un centesimo di imposte in àmbito cantonale. Non è una novità, certo; ma ciò è indizio e segno dell'assurda sperequazione esistente nei flussi finanziari da Bellinzona verso Berna e da Berna verso Bellinzona. Non riusciamo nemmeno a sapere, a distanza di anni ed anni, come stiano veramente le cose sui flussi finanziari fra Ticino e Berna o quanta imposta sul valore aggiunto il Ticino versa a Berna o quanti soldi si rapinano in Ticino per l'Imposta federale diretta, che - di transenna - sarebbe dovuta sparire da oltre 20 anni. E non è l'unica lacuna: a conti fatti mandiamo a Berna due miliardi in più ogni anno rispetto a quanto riceviamo. Berna, se possibile, riesce anche a fare di peggio. Berna ci dice di arrangiarci, letteralmente di arrangiarci con i nostri mezzi, nella politica dei cosiddetti "rifugiati": ne arrivano da ogni dove, persino da Paesi che non esistono sulla carta geografica, ed il 90 per cento delle i
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