
Toglietemi tutto, ma non il mio nome - Riflessioni sull’anonimato in internet
Alcune settimane fa sono entrato in una “stanza delle chiacchiere”, uno di quei luoghi virtuali che pullulano in internet e che gli anglofili, con un certo sussiego, chiamano chat rooms. Una particolarità mi è subito balzata agli occhi: fra tutti gli avventori ero l’unico a presentarsi con nome e cognome. Gli altri, invece, “indossavano” nomignoli e soprannomi (nicknames, per gli addetti ai lavori). A quanto pare, nascondere la propria identità dietro uno pseudonimo è diventata una pratica comune. Una pratica che in me suscita alcune perplessità.
La prima riguarda il galateo. Una norma di buona educazione consiglia di togliere gli occhiali da sole quando ci si rivolge ad estranei e ciò per consentire all’interlocutore di guardarci negli occhi. L’occultamento del volto e dell’identità sono consentiti solo in circostanze speciali, come a Carnevale. Mi domando: se questo principio è accolto nel mondo reale, perché non dovrebbe esserlo anche in quello virtuale?
Secondo punto. Da piú parti si levano voci che denunciano l’imbarbarimento delle relazioni interpersonali. Catastrofismo? Forse. Tuttavia, bisogna ammettere che, almeno nei soggetti emotivamente piú instabili, l’anonimato rischia di favorire l’adozione di un linguaggio e di comportamenti non proprio urbani. Per esempio, nella “stanza delle chiacchiere” di cui sopra un tale Prato Verde (od una tale?) mi ha affibbiato alcuni epiteti insultanti. Mi domando: avrebbe avuto lo stesso ardire se si fosse presentato a volto scoperto e non con la maschera dello pseudonimo?
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che nelle “stanze delle chiacchiere” l’anonimato non è totale: i gestori, infatti, conoscono la vera identità dei presenti e possono intervenire per redarguire o allontanare gli intemperanti. È vero. Oggi gli amministratori di un sito web assolvono lo stesso compito che nell’Ottocento era affidato alla cosiddetta sigurtà, persone a viso scoperto che durante il Carnevale accompagnavano gli individui mascherati per frenarne gli impulsi distruttivi. Tuttavia questo fatto non risponde alla domanda fondamentale, che è questa: perché alcuni scelgono di nascondere la propria identità? Io un sospetto ce l’ho. E voi?
Ora, forse, qualcuno potrebbe argomentare che i soprannomi non sono un’invenzione moderna. Anzi, molti dei nostri cognomi sono nati proprio come soprannomi. E ciò è vero. Tuttavia va rimarcata una differenza. Un tempo i soprannomi (a meno che non fossero nomi d’arte) non erano scelti, ma imposti. Con tutta probabilità i Bassi, gli Storti e i Gobbi non scelsero di chiamarsi cosí. Ricevettero il loro “soprannome” dalla vox populi e, volenti o nolenti, non riuscirono piú a toglierselo dal groppone. Diversa è la situazione di chi frequenta le “stanze delle chiacchiere” presentandosi con un soprannome che ha scelto. E qui ritorna la domanda: da dove nasce questo desiderio di celare la propria identità e di agire nell’anonimato?
Nell’attesa che psicologi e antropologi diano una risposta convincente a questo quesito, io so che cosa farò: continuerò a togliere gli occhiali da sole in presenza di estranei, mi mostrerò in pubblico a viso scoperto e mi presenterò sempre con il mio vero nome. E voi?
Danilo Mazzarello (pubblicato su sensocivico.ch)
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