
Forse mi sbaglio, eppure ho l’impressione di aver goduto, negli ultimi tredici anni, di un privilegio: svolgo alcune lezioni di italiano con metà classe in un laboratorio di scrittura impegnativo, perché i ragazzi di quarta media (a loro è destinato questo corso di due ore alla settimana) ricevono con regolarità il compito di scrivere e rivedere dei testi con l’aiuto del docente, impegnato a rileggere, a consigliare gli allievi. Il fatto di seguire dodici allievi nell’apprendimento della scrittura significa gestire, in una dinamica didatticamente coerente, le quatto ore di lezione settimanale con l’intero gruppo e le attività svolte nelle due ore con metà classe. Aiutare degli adolescenti nello strutturare un pensiero nella forma scritta, magari dopo aver letto racconti, poesie, è estremamente impegnativo, poiché ci sono ragazzi fragili nella formulazione delle frasi, nell’uso della punteggiatura, nell’ortografia, nella scelta delle parole, in modi diversi. C’è chi vuole scrivere tutto quanto gli passa per la testa, ma non riesce a controllare il discorso. Altri non hanno le idee, quindi chiedono nutrimento e contenuti da verbalizzare. Scrivere significa lasciare un segno comprensibile del proprio pensiero, ma significa anche averlo, un pensiero, grazie al ragionamento, alla discussione, alla lettura e alla comprensione.
Forse mi sbaglio, eppure l’esperienza dell’italiano, che dura da tredici anni, potrebbe essere estesa con qualche buon esito nei laboratori di scrittura, lettura, esposizione orale (quanto è importante imparare ad organizzare il sapere e saperlo esporre!) che potremmo pianificare in prima, seconda, terza media, se la sperimentazione “scuola che verrà” venisse accettata dai cittadini ticinesi.
Forse un’ora soltanto alla settimana non basta. Ma potremmo provarci, seguendo gli allievi con più tempo.
Durante l’estate mi sono preparato per leggere con i miei allievi diversi romanzi, racconti e poesie. Non farò sconti sulla complessità, anche se ho scelto dei testi adeguati alle loro conoscenze linguistiche e del mondo. Vorrei che tutti partissimo da quelle storie meravigliose, che aprono al ragionamento, alle ipotesi, alla discussione. Incontreremo autori illustri come Moravia, scrittrici per ragazzi come Eva Ibbotson, cercherò di incuriosire tutti alla lettura di romanzi appena pubblicati, come quello di Peter Brown (Il robot selvatico) o di Katherine Applegate (L’albero dei desideri). Avrò allievi diversi, con capacità diverse, che non riusciranno a raggiungere gli stessi traguardi.
Forse mi sbaglio, ma è possibile che qualcuno non riuscirà a raggiungere la sufficienza. Però avrà avuto accesso a modelli linguistici, alla parola. E se ci sarà (ci sarà, ci sarà) qualche mente splendida, non mancherò di stimolare con altre opere, di maggiore complessità, perché il mondo, là fuori, non lo possiamo semplificare con gli slogan, abbassando il livello dell’apprendimento.
Forse mi sbaglio, ma, per quanto riguarda la disciplina italiano (che è trasversale alle altre, perché strumento di conoscenza e di comprensione del mondo), “Scuola che verrà” si propone di offrire qualche opportunità in più: tempo per un lavoro più approfondito con gli allievi che devono allenarsi a mettere parola ai propri bisogni, alle proprie scelte; tempo per allenarsi a pensare.
Allenarsi a pensare è ideologico: è roba per gente libera. I cittadini sono chiamati a pensare. Tutti. Non mi sbaglio.
Daniele Dell’Agnoladocente SUPSI, SME, esperto di italiano, autore
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