
Appurato che l'impiego di personale frontaliero nelle strutture sanitarie ticinesi permette di svolgere compiti di importanza vitale per il funzionamento delle stesse, e garantire così l'eccellenza, non possiamo esimerci quale EOC da far chiarezza in questo ambito ed un'assoluta trasparenza è indispensabile. Per questo motivo, a seguito dell'intervista pubblicata ieri sul “Caffè” da parte del direttore dell'ente ospedaliero cantonale Giorgio Pellanda, nella quale oltre a ricordare che l'Eoc impiega 4200 dipendenti tra cui 650 frontalieri, dei quali 430 impiegati nel personale di cura, dichiarava: “Se non potessimo far capo al personale frontaliero, a quei 430 infermieri, che non troviamo in Ticino, bisognerebbe chiudere un ospedale”; vi comunico che, in qualità di membro del CdA dell'EOC, ho inoltrato una formale richiesta dei dati necessari ad analizzare completamente la situazione. Infatti da un lato da valutare è senz'altro l'affermazione nella quale si dice che in Ticino non si trova personale disponibile in ambito infermieristico, ed una risposta è possibile unicamente incrociando i dati richiesti all'EOC a quelli disponibili sulla disoccupazione e persone in assistenza. Dall'altro vi é da notare che secondo le cifre riportate, 220 frontalieri non sono attivi nel personale di cura e quindi un'ulteriore assunzione di responsabilità morale e chiarezza nei confronti dei ticinesi è più che mai auspicabile. Non bisogna però dimenticare tutti gli attori coinvolti, tant'è che, in una risposta del CdS ad una interrogazione parlamentare inoltrata da L. Quadri il 25 aprile 2010, veniva segnalato come “per raggiungere l'equilibrio che tutti auspicavano fossero necessari tra i 180 e i 200 diplomati delle scuole sanitarie a fronte invece di soli 100 annuali, una ristrutturazione dei percorsi formativi in tali ambiti erano per cui auspicabili se non indispensabili”. Daniele Caverzasio
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