
La tragedia di Crans-Montana ha lasciato una ferita che non si rimargina. Chi ha perso una persona amata convivrà per sempre con un’assenza. Chi è rimasto gravemente ferito porterà sul corpo e nell’anima le conseguenze di quel giorno. Attorno a loro, famiglie, amici e intere comunità continuano a vivere un dolore che non si archivia e non si dimentica.
Davanti a questa sofferenza ci siamo fermati. Abbiamo sentito il bisogno di riconoscerla, di condividerla, di renderla visibile. Una rosa bianca è diventata il nostro gesto: semplice, fragile, umano.
Ora immaginiamo che questo dolore non sia un evento improvviso, ma una condizione quotidiana. Immaginiamo di svegliarci ogni mattina senza sapere se rivedremo chi amiamo. Immaginiamo di dover insegnare a un bambino a riconoscere il rumore delle esplosioni. Immaginiamo di non poter curare, proteggere, salvare.
Immaginiamo genitori che scavano tra le macerie con le mani. Nonni che assistono alla distruzione di tutto ciò che avevano costruito. Amici che si cercano sapendo che potrebbero non ritrovarsi mai.
Questa è la realtà quotidiana di milioni di civili in Sudan, in Palestina, in Ucraina, e in molte altre regioni del mondo soffocate da conflitti decisi lontano da chi li subisce.
Il loro dolore è lo stesso dolore che abbiamo conosciuto qui. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi. Non cambia la ferita.
A chi governa, a chi prende decisioni politiche, militari ed economiche, rivolgo un appello diretto: Immaginate davvero. Non per un istante. Non per convenienza. Immaginate come se quelle vite fossero le vostre.
E qui noi, cittadini e autorità svizzere, non possiamo limitarci a osservare. La nostra tradizione umanitaria, la nostra credibilità internazionale e il senso stesso della nostra neutralità attiva impongono una responsabilità chiara: alzare la voce, esercitare pressione diplomatica, richiamare con fermezza all’ordine i governi aggressivi e tirannici che ogni giorno infliggono sofferenze indicibili alle popolazioni civili. Quando è possibile agire, il silenzio diventa complicità.
Appuntiamoci al petto una rosa bianca. Non come ornamento, ma per non dimenticare. Che ricordi il dolore che ogni atto di guerra, ma anche l’avidità, l’incuria e l’inadempienza umana provocano all’umanità. Che ricordi che dietro ogni decisione — o mancanza di decisione — ci sono volti, famiglie, futuri spezzati.
La guerra e le omissioni non sono una fatalità. Sono scelte umane. E scelte umane possono interrompere il dolore che tutto questo provoca.
E ora immaginiamo quel dolore. Sappiamo che ogni giorno qualcuno lo infligge deliberatamente. E sappiamo anche che qualcuno, potendo fermarlo, sceglie di non farlo. Ogni giorno.
Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro

