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Cristiano Perli - L'aspetto nascosto del lockout
Redazione
14 anni fa

Il lock out è uno sciopero. Uno sciopero significa che dei lavoratori incrociano le braccia poiché non sono d’accordo con il loro contratto di lavoro. Acquisito questo, si potrebbe disquisire sulle necessità di scioperare per una classe di lavoratori che già sono strapagati oltre ogni morale e lecita immaginazione. Ma qui però entriamo nella logica perversa dello sport professionistico. Di certo ci rifaremo gli occhi vedendo all’opera giocatori dalle qualità sopraffine calcare il ghiaccio delle nostre piste come già fu otto anni fa. Nomi altisonanti, quelli che di solito scegli nella playstation per impartire lezioni di gioco agli amici. Vada. Alcune squadre faranno follie.  Altre, come la mia, no. Poco male. Pagherò volentieri il biglietto per vedere all’opera i big che ci sfideranno e, qualora la spuntassimo, andrò ancora più fiero della mia squadra. Mi auguro solo che, come otto anni fa, questo stop possa durare fino a fine stagione. In questo modo vi sarà un campionato regolare e i rapporti di forza saranno mantenuti, più o meno, fin dalla prima giornata. Altrimenti avremo un’edizione 2012/2013 del campionato Svizzero devastata, falsata. Arrivare con la chiusura dello sciopero in gennaio, per esempio, significa mettere a nudo un principio fin’ora non troppo pubblicizzato: le prime 50 partite non servono a nulla. Inutile scaldarsi troppo. Fa stato un solo dato: sopra o sotto la riga. Altresì è doverosa una tirata d’orecchie al management della NHL che non è stato in grado di evitare questa nuova empasse. Non la prima, non la seconda, ma la terza. Questo incredibile campionato, forse ancora un punto di riferimento per gli amanti del disco su ghiaccio, si sta trasformando in una vera e propria barzelletta! Divago. Torniamo al lock out e ai suoi protagonisti. Strani personaggi questi lavoratori d’oltreoceano. Scioperano e se ne vanno in giro per mezzo mondo a rimpinzare le squadre di tutta Europa, apprendo, Svezia a parte. Bravi questi Svedesi che un mese prima del potenziale blocco della NHL si barricano dietro un divieto all’importazione imposto alle loro squadre per, sembra, tutelare i loro giocatori. Scelte sulle quali si può disquisire, esserne d’accordo o meno. Questo fatto mi ha riportato alla mente le agitazioni sindacali avvenute in Italia quando vi era la Fiat sull’orlo del baratro o, ferita non ancora pienamente rimarginata, quando gli operai delle nostre Officine di Bellinzona si sono barricati per impedirne lo smantellamento da parte delle FFS. Gente che presidia la fabbrica incrociando le braccia e manifestando le loro ragioni. Signori, in questo modo una contestazione si può chiamare sciopero. Non si è mai visto un operaio della Fiat incrociare le braccia e, nel contempo, offrire i suoi servigi all’Alfra Romeo o l’operaio di Bellinzona che, in piena agitazione, si reca dal Carmine dicendogli: “Ascolta, stiamo scioperando, non è che ti posso aiutare a riparare qualche bicicletta fino a quando si trova un accordo?” Strano questo ricco mondo degli Stati Uniti dove tutto sembra andare al contrario. Forse ne sono meno affascinato di una tempo, quand’ero bimbo, e credevo ancora che oltre oceano vi fosse la terra promessa, magari sognando un giorno di andarci a vivere.

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