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Contro la crisi: responsabilità e solidarietà
Redazione
17 anni fa
Giovanni Jelmini

Personalmente non credo che sia facile affrontare e discutere seriamente il problema di questa grave crisi mondiale, la cui entità e i cui effetti anche per il nostro Paese non sono ancora del tutto conosciuti. Credo tuttavia che sia necessario: evitare le semplificazioni che non portano a nulla e che alimentano unicamente confusioni e paure; tentare di capire le cause di questa crisi e le sue ripercussioni sul nostro modo di vivere; cercare di imparare qualcosa da quanto sta capitando, anche per dare un significato al momento che stiamo affrontando e per evitare di ripetere in futuro gli stessi errori. Questa crisi deve fare riflettere un po’ tutti. Sarebbe infatti riduttivo cercare un solo colpevole - magari in qualche operatore finanziario o nel sistema bancario - un cosiddetto capro espiatorio che eviterebbe di mettere in agitazione le nostre coscienze. Questa posizione, a mio parere, non ci porterebbe lontano. E’ vero - bisogna pur dirlo - che molti operatori finanziari ne hanno fatte di tutti i colori, pensando ai propri personali interessi, più che a quelli dei loro clienti; hanno concesso prestiti a chi non era in grado di rimborsarli, hanno venduto i cosiddetti prodotti finanziari tossici e, più in generale, hanno tradito la fiducia dei clienti per soddisfare la propria avidità. E sarebbe buona cosa se qualche guru della finanza cambiasse mestiere, magari restituendo una parte di quei benefici corrisposti per operazioni altamente speculative. Ciò detto, sarebbe comunque illusorio voler distribuire le colpe per quello che è successo unicamente alle banche o ai loro operatori. Altri attori - privati, enti pubblici e di controllo, responsabili della politica monetaria - sono stati inattivi o hanno favorito l’insorgere dei fattori di rischio che hanno provocato la crisi attuale. E infine, anche molti di noi sono caduti in quella diffusa cultura che per tanto tempo si è illusa di slegare il guadagno dal sacrificio. Gli stessi risparmiatori hanno cercato spesso di conseguire guadagni rapidi e allettanti, dimenticando di valutare i rischi degli investimenti fatti. Del resto, molti condividono il fatto che la crisi finanziaria sia in grossa parte anche la conseguenza di una più profonda crisi di carattere morale, dove – per dirla con le parole di Giorgio Vittadini, fondatore della Fondazione per la sussidiarietà, che ha tenuto di recente una conferenza a Lugano – “la distorsione del rapporto tra l’uomo e la realtà si è tradotta in un liberismo che non è più umanistico: si pensa che l’alchimia finanziaria possa generare ricchezza prescindendo dall’effettiva capacità personale di generare valore.” Se oggi è ancora troppo presto per trarre delle conclusioni definitive su questa crisi di cui ancora non si vede la fine, quello che certamente si può affermare sin d’ora è che una delle conseguenze più negative di quanto è successo è la perdita generalizzata di fiducia, perdita di fiducia verso il sistema creditizio, perdita di fiducia all’interno del sistema bancario ma anche tra le banche e i risparmiatori, e tra le banche e le imprese. E la domanda da porsi è quindi: “da dove nasce questa crisi di fiducia e soprattutto cosa occorre fare per recuperare questa fiducia, che, sappiamo bene, è un elemento essenziale della vita sociale e dello sviluppo economico di un Paese?”. Senza aver la pretesa di dare una risposta esaustiva a questa domanda, credo che il primo passo da fare sia quello di ristabilire un certo ordine, ricordandosi in particolare che la finanza e l’economia sono al servizio dell’uomo e mai viceversa. Questa coscienza negli ultimi anni è venuta a mancare in modo marcato e il risultato è stato il prevalere di un interesse egoistico e personale sul bene comune. In questo momento di difficoltà le Banche non dovranno far mancare ai cittadini e alle aziende la loro fiducia, tradotta, dove necessario, in aiuti e sostegni finanziari utili per lo sviluppo delle im

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