
Spesso sentiamo dire che il grado di civiltà di una nazione, di un popolo lo si misura dalla condizione in cui si trova l’ultimo del suoi cittadini. Ma chi è davvero l’ultimo? Chi è costui? È forse il più povero, come molti pensano? No, l’ultimo non è il più povero perché anche colui che non ha mezzi di sussistenza o ne ha scarsissimi, può comunque avere il bene più prezioso: la salute. Io penso allora che il grado di civiltà di una nazione lo si misuri dalla condizione in cui si trovano persone che non dispongono di quel bene prezioso che è la salute piena. Che non ne dispongono per cause fisiche o per cause psichiche. Che non ne dispongono dalla nascita o da un periodo traumatico della loro esistenza. Nel corso dei secoli l’andicappato fisico o mentale è stato sistematicamente emarginato, respinto dalla società (al punto che non di rado gli veniva negato anche il battesimo). “Li si chiamavano mostri – scrive il teologo Vito Mancuso – e già questo termine manifesta come venivano trattati: in modo mostruoso appunto”. Un atteggiamento mutato soltanto nel secolo scorso e direi quasi dalla seconda metà del secolo scorso (chi ricorda l’eugenetica nazista, del Lebenunwertes Leben?). Se allora vogliamo misurare il nostro livello di solidarietà, di civiltà in base alla convivenza stabilita con i disabili, possiamo dire che il Ticino ha fatto davvero molto negli ultimi trent’anni. Da quando cioè ha visto la luce la Legge sull’integrazione sociale e professionale degli invalidi. Parlare di integrazione significa parlare di umanità condivisa, di sostegno e di affetto prima ancora che di cifre. Ma anche le cifre non sempre sono aride, e nel nostro caso rendono l’idea e danno la misura dell’impegno voluto e degli obiettivi perseguiti dalla nostra società ticinese. Nel 1979 il Cantone sussidiava meno di cento posti per invalidi, fra strutture abitative e laboratori; oggi, trent’anni dopo, ne sussidia 1327. Da una spesa che trent’anni fa era di 700.000 franchi siamo giunti oggi ad un impegno pari a 93 milioni. (Questo anche perché con la Nuova perequazione di oneri finanziari tra Confederazione e Cantoni, questa spesa degli istituti è attribuita al Cantone – in cambio di altri oneri andati a carico della Confederazione). L’attualità di questa legge e la lungimiranza di chi allora la concepì sono dimostrate dal fatto che ha subìto nella sua ossatura pochi cambiamenti. I cambiamenti sono piuttosto intervenuti dall’esterno e sono di data recente. Due soprattutto: l’introduzione del contratto di prestazione giunto a sostituire la semplice copertura del disavanzo e il menzionato trapasso del finanziamento dalla Confederazione ai cantoni. Il contratto di prestazione ha introdotto un sistema moderno e funzionale nella gestione degli istituti. Quanto al passaggio di competenze al Cantone, so che ha generato non pochi timori in voi operatori, poiché si paventava una parziale dimissione da parte dell’ente pubblico. Ho rassicurato fin da principio che così non sarebbe stato e come avete potuto verificare così non è stato, al punto che oggi possiamo sottolineare il cammino percorso nei passati trent’anni guardando al futuro con una certa serenità. Parlare di integrazione sociale e professionale degli invalidi significa ad ogni modo restare in perenne movimento: niente è dato, niente è scontato una volta per tutte. Cambia la società, si modificano gli strumenti tecnici (si pensi al ruolo dell’informatica ed al futuro che apre a tanti invalidi), si sviluppano ricerche e scoperte mediche, cambia la sensibilità e l’approccio nei confronti delle persone colpite da handicap. Per quanto concerne noi, dopo la presentazione del documento di pianificazione intermedia 2009/10, stiamo allestendo la “Strategia cantonale” da sottoporre al Consiglio federale, richiestaci per concludere il passaggio definitivo dalla competenza federale a quella cantonale. Patrizia Pesenti, Consigliera di Stato
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