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Christian Vitta: Le lingue nazionali nella scuola ticinese
Redazione
16 anni fa

Le reazioni dei media e degli interessati alla recente sentenza del TRAM, che ha fatto cadere la conoscenza, oltre l’italiano, di altre due lingue nazionali come criterio necessario per l’assunzione nelle scuole ticinesi, ha apportato sicuri argomenti di riflessione. Nella mia interrogazione del 12 dicembre u.s. al Consiglio di Stato chiedevo appunto di reinserire sin dai prossimi concorsi, fra i criteri di valutazione nell’ambito delle assunzioni di docenti, anche quello della conoscenza, oltre l’italiano, di due lingue nazionali, che certamente possiedono tutti i giovani passati per una formazione secondaria superiore ticinese. E in questa direzione ha deciso il Governo. Vi sono vari argomenti a sostegno. Dapprima, dal profilo didattico vi sono materie d’insegnamento per le quali una conoscenza delle lingue nazionali è un sicuro valore aggiunto per l’insegnante, perché essa comporta anche la conoscenza delle relative culture e storie. E poiché la Svizzera fonda la sua forza e il suo successo nella convivenza di stirpi con culture differenti, vi sono materie che per poter essere insegnate con profitto generale necessitano della conoscenza delle lingue nazionali, del territorio e della realtà locale. Il TRAM stabilisce che non è possibile escludere da un concorso una persona che non conosce altre due lingue nazionali oltre l’italiano. La non esclusione dal concorso non significa però ancora l’assunzione. La conoscenza di altre due lingue nazionali, oltre l’italiano, va dunque inserita come criterio di valutazione nell’ambito della scelta dei candidati. Così facendo è possibile rispettare la sentenza del TRAM, ma nel contempo tenere conto di un requisito importante per il buon insegnamento di determinate materie se non addirittura di tutte, anche perché gli strumenti didattici dei docenti in alcune materie, soprattutto delle scuole medie superiori e professionali, sono spesso in tedesco o in francese. Questo criterio di giudizio permette di favorire i candidati all’insegnamento che hanno una conoscenza della realtà elvetica e ticinese, a tutto vantaggio della formazione dei nostri giovani. Inoltre, la maggior parte degli studenti delle scuole ticinesi dedicano un’importante parte del loro tempo allo studio del francese e del tedesco (oltre che dell’inglese); questo studio non solo li avvicina alla realtà del resto della Svizzera, ma permette poi di continuare gli studi superiori (università, scuole universitarie professionali, scuole specializzate superiori ecc.) negli altri cantoni svizzeri con grande profitto per loro e per tutta la società civile. Lo Stato e l’economia ticinese sono coscienti di questo aspetto; e incoraggiano, anche con borse di studio generose, la formazione oltre Gottardo dei nostri giovani. Oggi ancora il 70% circa di essi, anche perché l’USI non offre tutte le specializzazioni, continua gli studi oltralpe: un dato confortante. Ciò richiede sforzo finanziario ai genitori e allo Stato e un certo coraggio da parte di chi lascia i banchi in Ticino per studiare in francese e tedesco (quest’ultimo sovente infarcito dell’inevitabile Schwitzerdütsch). Ma la scelta di uscire dal Ticino è anche corroborata dal fatto che le alte scuole svizzere si classificano, per qualità, ai primi posti a livello internazionale. Per concludere: il valore aggiunto che i giovani laureati e professionisti ticinesi, al rientro dai loro studi accademici e magari da un’esperienza professionale nella Svizzera tedesca e romanda, possono dare, quali insegnanti, alla nostra scuola pubblica attraverso la conoscenza delle lingue e delle culture nazionali, assieme alla frequenza di formazioni di prim’ordine a livello internazionale, dev’essere tenuto in giusta considerazione. Altrimenti si arrischia di discriminarli proprio perché fanno parte di una nazione pluri-culturale e pluri-linguistica e perché il loro programma scolastico prevede giustamente grande spazio per le lingue. Christian Vitta, Capogruppo PLRT in Gran Consiglio

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