
Salgono lai al cielo in questi giorni per la puzza delle ecoballe della Valle della Motta e per i fumi dell’inceneritore di Giubiasco. Alle redazioni arrivano lettere e telefonate, atti parlamentari, foto e filmati amatoriali dei pennacchi che si librano a tratti dalla ciminiera del forno, perfino annunci di segnalazioni al Ministero pubblico sui rifiuti stoccati alla periferia di Mendrisio. I tecnici dell’Azienda rifiuti rassicurano, ma spiegano i problemi e non li negano. Si muove perfino il ministro Marco Borradori, che ha trascorso la sua mattina di Ferragosto a verificare di persona la questione ecoballe. Quindi, vuol dire che anche se siamo in piena estate, i nasi e le coscienze non sono in vacanza. A Locarno, invece, sarà perché c’è stato il Festival del film, l’odore sembra non sentirlo nessuno. Meglio; tutti, o quasi, si turano il naso per non sentirlo. Con poche eccezioni. Riassumiamo in estrema sintesi la vicenda che vi abbiamo raccontato nelle ultime due settimane, fornendo di volta in volta particolari che nessuno ha finora smentito: il caso del discusso prefabbricato sul tetto della Clinica Santa Chiara. QUATTRO DOVEROSE PREMESSE La prima premessa è che il sindaco di Locarno, Carla Speziali, è anche presidente del consiglio di amministrazione della Clinica. La seconda è che il cronista non lavora a questo caso per favorire qualcuno o sfavorire qualcun altro, o facendosi condizionare dagli amici o dai nemici del sindaco Speziali, con la quale ha sempre avuto e continua ad avere ottimi rapporti sul piano professionale, e nei confronti della quale ha finora nutrito stima e fiducia. Lavora a questo caso - ben sapendo che si farà molti nemici - unicamente sulla base di informazioni oggettive raccolte, e con l’obiettivo di ricercare la verità su una vicenda che presenta aspetti poco chiari nella separazione tra interessi pubblici e privati, che è uno dei fondamenti della vita democratica. Dopo le spiegazioni del Municipio (comunicato stampa di martedì 11 agosto) il cronista avrebbe potuto dire: “Vabbè, a questo punto si arringino i locarnesi a farsi fuori la bega”. Ma tale atteggiamento sarebbe stato contrario ai principi del suo lavoro. La terza premessa è che non si tratta di costruire un ecomostro nel centro di Locarno, ma semplicemente di posare un prefabbricato su un palazzo di nove piani, e nulla, apparentemente, impediva di seguire l’iter imposto ai comuni cittadini in casi del genere.Tanto più, trattandosi di una struttura di interesse pubblico (un ospedale), il cui consiglio di amministrazione è presieduto dal sindaco della città, la regola avrebbe dovuto essere: fare le cose nel modo più trasparente possibile, per evitare ogni e qualsiasi dubbio. La quarta è che la Santa Chiara ha tutto il diritto di realizzare ampliamenti alla propria struttura, purchè lo faccia rispettando le leggi e la trasparenza. La storia, comunque, è questa. DOMANDA O NOTIFICA? A fine maggio l’Ufficio tecnico di Locarno viene informato da un progettista che la direzione della Clinica intende posare sul tetto un prefabbricato ad uso deposito. Dopo un sopralluogo, i funzionari comunali indicano la via da seguire: domanda di costruzione e sistemazione degli indici. Sulla particella della Santa Chiara gli indici di sfruttamento sono infatti esauriti: occorre prenderli da una proprietà vicina e iscrivere questo “travaso” all’apposito registro comunale. Passa un mese e mezzo e il 10 luglio arriva all’Ufficio tecnico il progetto di un prefabbricato da 50 metri quadrati che la Clinica chiede di posare con una semplice “notifica”. Cosa accade a quel momento è ancora da appurare. Sta di fatto che il 24 luglio l’Ufficio tecnico prepara per il Municipio un “rapporto” neutro e sintetico, nel quale omette di indicare l
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