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Lorenzo Quadri
Capitale UBS: dagli Stati un’altra decisione autolesionista
Redazione
18 giorni fa
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Il Consiglio degli Stati ha stabilito nei giorni scorsi che la copertura patrimoniale delle filiali estere di UBS dovrà avvenire per il 90% con capitale proprio di base di qualità primaria, il cosiddetto CET1. Il Consiglio federale proponeva addirittura il 100%. La Commissione dell’economia e dei tributi degli Stati aveva invece cercato un compromesso al 50%, ma il plenum lo ha respinto. Oggi il requisito è del 45% di capitale «duro», più il 17% con strumenti AT1. Ancora una volta la Svizzera vuole fare la prima della classe, con il risultato di danneggiarsi da sola. Eppure dalla consultazione sulla «Lex UBS», alla quale hanno partecipato anche i Cantoni, era emersa la richiesta di una regolamentazione meno rigida di quella proposta dal Consiglio federale. Richiesta palesemente ignorata. Curioso, visto che il Consiglio degli Stati dovrebbe essere la Camera dei Cantoni.

Applicare correttamente le regole esistenti

La nuova normativa nasce, come noto, dal fallimento di Credit Suisse. Ma a causare la débâcle di CS non è stata la mancanza di copertura, bensì un tracollo di fiducia e problemi di liquidità. E soprattutto la gestione dei rischi, che può mandare a gambe all’aria una banca indipendentemente dal grado di copertura. Come ha osservato recentemente la NZZ, l’UBS di oggi non è paragonabile al Credit Suisse e nemmeno all’UBS del 2008. Il punto, dunque, non è necessariamente stabilire regole più severe, bensì applicare correttamente quelle esistenti e intervenire quando emergono segnali di crisi, invece di continuare a concedere deroghe o chiudere gli occhi, come hanno invece fatto la FINMA e anche la Banca nazionale nel caso di Credit Suisse.

Le decisioni precedenti

La regolamentazione decisa dagli Stati ha un costo per UBS: si parla di circa 16 miliardi di franchi. Sono capitali che resteranno immobilizzati anziché venire utilizzati per finanziare imprese, investimenti e attività economiche in Svizzera. Le prestazioni della banca diventeranno più care. Facile poi prevedere che, per recuperare, l’istituto risparmierà sul personale (leggi: delocalizzazioni). Neppure un trasferimento di UBS all’estero può essere escluso a priori: del resto quasi l’80% dell’azionariato è già in mani straniere. La nuova dimostrazione di autolesionismo non è isolata. Alla Lex UBS si sommano anni di decisioni che hanno progressivamente eroso gli atout  della piazza finanziaria elvetica: dallo smantellamento del segreto bancario per i clienti stranieri all’adozione delle sanzioni UE contro la Russia, fino al nuovo registro sulla trasparenza degli aventi diritto economico delle imprese (TranspaReg) che entrerà in vigore il 1° ottobre e che comporta un enorme rischio economico e reputazionale nel caso venisse hackerato, come è accaduto a fine luglio all’analoga banca dati del Liechtenstein.

Palla al Nazionale

Ora toccherà al Consiglio nazionale determinarsi sulla lex UBS e la relativa copertura. L’esperto di diritto bancario Peter Kunz, intervistato da 20 Minuten, ha definito ragionevole una quota di capitale proprio CET1 compresa tra il 60% e l’80%. Una posizione ben diversa dal 90% deciso dagli Stati. Vedremo quindi se il Nazionale correggerà il tiro. Insistere su una logica di  «casco totale» rischia di rivelarsi solo una costosa illusione.

Lorenzo Quadri, consigliere nazionale Lega dei Ticinesi

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