
Nei prossimi giorni il Consiglio degli Stati dibatterà il messaggio sul primo pacchetto di misure della strategia energetica 2050 approvato dal Consiglio Nazionale lo scorso anno, ma che ha visto la commissione energia degli Stati focalizzarsi sui problemi dell’idroelettrico svizzero sotto pressione, secondo le aziende elettriche, per la concorrenza dell’energia elettrica prodotta a minor costo da vecchi impianti a carbone e dai sussidi al rinnovabile in Germania.
Si chiedono misure a difesa dell’idroelettrico, dai sussidi diretti, fino alla rimessa in discussione dei canoni d’acqua. Già il Nazionale aveva accolto una mozione intesa a rivedere a partire dal 2019 i canoni, per esonerare dal pagamento di canoni gli impianti idroelettrici che beneficeranno di sussidi d’investimento.
Le grandi aziende elettriche ben rappresentate nella commissione energia degli Stati cercano ora l’aiuto dello Stato e chiedono tagli ai canoni d’acqua a scapito dei cantoni alpini.
Economia Pianificata
Chiaramente il mercato elettrico europeo liberalizzato ha creato una situazione poco confortevole per l’idroelettrico svizzero. Il sistema elettrico nazionale da economia pianificata, con le aziende sia di produzione che distributrici operanti in regime di monopolio, era rimasto focalizzato unicamente a creare maggior consumi senza altri obiettivi di politica energetica ambientale.
Le aziende elettriche avevano poi anche saputo approfittare con grande merito della nostra posizione geograficamente centrale per realizzare la croce di Laufenburg portando alla graduale interconnessione e sincronizzazione di tutta la rete europea, facendo diventare la Svizzera il crocevia europeo dell’elettricità.
Liberalizzazione a doppia lama
Aziende elettriche svizzere cha inizio millennio hanno subito approfittato dell’apertura del mercato EU andando ad investire in centrali a gas in Italia, poi nel 2008 l’accordo firmato a Teheran da Calmy Rey e Ahmadineja per la vendita di gas Iraniano alle azienda “elettriche” svizzere operanti in Italia.
Il prezzo del gas nel frattempo salito, ha messo in crisi molti impianti, in Europa in 10 anni ne furono realizzati per 110 GW ( Gösgen 1 GW) arrivando al 25% della produzione elettrica, dei quali alcuni già chiusi, generando importanti perdite anche alle nostre aziende. Impianti che però immettono tuttora sul mercato grandi quantità di energia elettrica (15%) in concorrenza con altre fonti.
Non dimentichiamo che anche il carbone era diventato un’opzione per le nostre aziende vedi ad esempio Lünen per AET, impianti che pure hanno aumentato l’offerta.
Nucleare da economia pianificata: cestinato!
Sempre nello stesso periodo le grandi aziende, Alpiq, Axpo e BKW ipotizzando una crescita dei consumi e conseguente manco di elettricità (stromlücke) progettavamo tre centrali nucleari per una potenza del 50% superiore alle attuali, le prime due da mettere in esercizio nel 2025.
Progetti per decine di milioni cestinati dall’incidente di Fukushima, ma comunque inattuabili: oggi nessuno investirebbe in nuove centrali nucleari che produrrebbero a costi ben superiori al mercato, oltretutto senza domanda o “stromlücke” da chiudere.
Critiche al rinnovabile?
Le aziende ora criticano i sussidi al rinnovabile in Germania, sebbene attingano loro stesse a queste promozioni, sia in Svizzera, dove fruiscono di una grande fetta dei fondi per il rinnovabile, che all’estero, vedi ultima partecipazione di AXPO, proprio in Germania, ad un parco eolico off shore da 400 MW.
Dopo tutta questa serie di errori miliardari e comportamenti contradditori, insistere sulla questione “carbone low cost contro l’idroelettrico svizzero” per rosicchiare sui canoni d’acqua è fuori luogo e da combattere. I canoni sono il giusto compenso per l’uso delle nostre acque a fini energetici. Si punti piuttosto a far pagare all’energia elettrica sporca prodotta con il carbone l’uso dell’atmosfera quale pattumiera, cioè un’adeguata tassa sul CO2.
Bruno Storni, deputato PS
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