
Da sempre. Non Fortezza. Castelli. Castel Grande, Montebello, Sasso Corbaro. Così li ha chiamati l'UNESCO nel 2000. Così li chiamano i bellinzonesi da 800 anni. Così li riconosce il mondo intero. Ora il Municipio ci dice che è solo un marchio. Che i nomi restano. Che il 27 settembre si vota solo sui 19,1 milioni. Ma i cittadini non sono ingenui. E quando chiedono trasparenza e sincerità, si aspettano risposte chiare, non lezioni di storia per giustificare un'operazione di marketing. Il trucco è evidente: se fino ad oggi hai venduto il progetto come "Fortezza Bellinzona", se hai stampato loghi, cartelli, brochure con quel nome, se hai chiesto ai turisti di venire a vedere la Fortezza, stai già vendendo la pelle dell'orso prima di averlo preso. Stai dicendo alla gente che i Castelli non bastano più. Che serve un nome nuovo, più grosso, più vendibile. E poi, davanti alle 3'738 firme valide del referendum, dici che il nome non c'entra. C'entra, eccome. C'entra perché chi ha votato il credito il 9 marzo ha votato anche un biglietto a pagamento per la corte di Castel Grande che oggi è di tutti, gratis. C'entra perché quei 19 milioni hanno 3 milioni di buco da Berna e privati non ancora garantiti. I bellinzonesi il 27 settembre non votano un logo. Votano se fidarsi. E per fidarsi vogliono una cosa semplice: che il Municipio chiami le cose con il loro nome. I nostri sono i Castelli. Patrimonio UNESCO. Non una Fortezza inventata per fare cassa. Trasparenza non è spiegare dopo. È non ingannare prima.
Sandro Fora ‘Il ‘Noce’

