
Il prossimo 14 giugno saremo chiamati a votare sull’introduzione di un’assicurazione obbligatoria per le cure dentarie. Una misura che presenta ancora molte zone d’ombra e rischia di avere conseguenze concrete per cittadini e mercato del lavoro.
Uno dei principali punti interrogativi riguarda infatti la chiarezza del progetto. Ad oggi, non sono definiti in modo preciso né l’ampiezza delle prestazioni coperte né il livello di partecipazione finanziaria richiesto agli assicurati. Questa mancanza di dettagli potrebbe tradursi in costi aggiuntivi inattesi e nella possibilità che i cittadini debbano sostenere spese doppie: attraverso i contributi obbligatori e con pagamenti diretti per trattamenti non coperti. Le esperienze già maturate in altri contesti alimentano queste preoccupazioni.
Non di rado, infatti, le assicurazioni dentarie escludono interventi importanti come protesi, impianti o ortodonzia, lasciando così una parte significativa delle spese a carico dei pazienti. In questo scenario, l’introduzione di un contributo obbligatorio non eliminerebbe il problema dei costi, ma rischierebbe piuttosto di affiancarsi ad esso. Accanto alle incognite sul funzionamento del sistema, emergono anche effetti potenzialmente rilevanti sul piano economico. Il meccanismo previsto prevede un prelievo pari allo 0,8% sulla massa salariale, suddiviso tra datore di lavoro e lavoratore.
Nella pratica, questo si traduce in una trattenuta diretta sul salario: ad esempio, per uno stipendio lordo mensile di 5’000 franchi, il costo aggiuntivo ammonterebbe a circa 240 franchi all’anno. Una cifra che, isolata, potrebbe sembrare contenuta, ma che assume un peso diverso se inserita nel contesto attuale. Le famiglie ticinesi devono già confrontarsi con un aumento generalizzato del costo della vita, tra premi di cassa malati in crescita, affitti più elevati e rincari energetici. In tale situazione, ogni nuova trattenuta contribuisce a ridurre ulteriormente il potere d’acquisto.
Non meno rilevante è l’impatto potenziale sul mercato del lavoro. Secondo alcune analisi, la misura potrebbe rafforzare l’attrattività dei lavoratori frontalieri rispetto ai residenti. Questo perché i frontalieri, risiedendo all’estero, non sarebbero soggetti all’assicurazione obbligatoria e quindi non subirebbero alcuna trattenuta salariale. Di conseguenza, a parità di salario lordo, il costo complessivo di un frontaliere risulterebbe inferiore, rendendolo più competitivo agli occhi dei datori di lavoro.
Un simile effetto solleva interrogativi sulla coerenza della misura rispetto agli obiettivi di tutela del mercato del lavoro locale. Il rischio, evidenziano i critici, è di accentuare dinamiche già delicate, penalizzando ulteriormente i lavoratori residenti. Alla luce di questi elementi, il quadro complessivo appare nebuloso e pieno di insidie: per questa ragione l’iniziativa va respinta con fermezza.
Raffaella Zucchetti, Granconsigliera Lega

