
La Rivista di Locarno e valli è nata con un obiettivo ben definito: mettersi al servizio della regione. Non quindi una pubblicazione ministeriale, ma libera, indipendente, propositiva e critica sulla realtà che ci circonda. Intervenire a difesa del Festival è stato necessario ed è stato anche un atto di amore verso la Città e il Cantone. Noi siamo legati al Festival, lo riteniamo una istituzione che ha una sua storia e un suo ruolo che è sotto gli occhi di tutti. Il Festival è un evento culturale, ma è anche un grande avvenimento turistico, importante per l’economia della regione, con una ricaduta d’immagine nazionale e internazionale. E’ anche un punto d’incontro, quasi unico, di persone che arrivano da ogni parte, con la magnifica Piazza che li ospita in un’atmosfera festosa ,in cui confluiscono i valori di un passato operoso e della modernità. Ma il Festival può essere anche insidiato e va pertanto difeso. Va incoraggiato e sostenuto come un bene di famiglia. Non si tratta però di un fatto privato, che ognuno gestisce come vuole. Si tratta di un evento finanziato in parte dal contribuente ticinese e svizzero e in parte da sponsor singoli, che deve mantenere una sua funzione e una sua dignità. Il fatto che nell’ultima edizione il novello direttore marsigliese abbia voluto scegliere fra circa 300 opere i tre film pornografici e li abbia inseriti fra i 18 più qualificati per il concorso del Pardo d’oro è un fatto sconcertante, che non poteva essere sottaciuto. Sostenere che questa cultura dello schifo è composta da opere artistiche di altissimo valore è innanzitutto una beffa per chi ha capacità di intendere e di volere. Portare a Locarno degli attori e dei registi porno, quale immagine del nuovo corso, alloggiarli in albergo di lusso, pagare loro il biglietto d’aereo e tutti i costi per rendere piacevole il soggiorno, omaggiarli come delle star e forse anche additarli come esempi da imitare, è uno scempio difficile da definire. Se i maggiori quotidiani europei hanno sottolineato questi aspetti negativi, parlando di un primato di nefandezze, ciò non ha certamente giovato al buon nome di Locarno e del Cantone , e ci vorrà parecchio tempo per togliere questa immagine negativa. Quello che però, per certi aspetti, preoccupa ancora di più, è il fatto che queste sconcezze, queste vicende turpi, il nuovo direttore continua a venderle come opere di alta qualità. Non solo, ma dichiara che intende proseguire su questa linea, con il consenso della Presidenza e del Consiglio. Di chi, del Consiglio? Ma è penoso ( lo si lasci dire) anche vedere il Municipio di Locarno emettere un comunicato contro di noi e tentare di difendere l’indifendibile. Qui la strada da percorrere é tutt’altra. Visionare i film in questione, costatare se corrispondono a quanto è stato scritto e fare il necessario mea culpa, assicurando un’ampia riflessione sul ruolo del Festival stesso e prendere le misure del caso. Non cercare di difendere quello che non si può difendere e accusare la stampa che dice la verità. Qui si vorrebbero rovesciare i ruoli del ladro e del derubato, addebitando a noi il ruolo di affossatori, mentre ne siamo i difensori. Difensori di fronte a questo scadimento, a queste concessioni alla depravazione. Se il Festival sta a cuore – come lo sta a noi- la preoccupazione è quella di renderlo bello, attrattivo, interessante e portatore di conoscenze e di valori. Non di farlo precipitare nella melma della scurrilità. Si dice: i film non erano tutti cosî. Ce n’erano anche di quelli di buona qualità. E’ vero, ci mancherebbe altro. Se noi andiamo a cena in un ristorante che presumiamo di un certo livello, ci viene servita una cena con dieci portate, di cui otto di buona o media squisitezza e due nauseabonde e immangiabili, è chiaro anche a un bambino che l’impressione è quella di essere stati in un ritrovo che ci lascia un cattivo ricordo. Voler difendere queste scelte, tirando in ballo alti principi di libertà e quant’altro, è pa
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