
Settembre si avvicina e le scuole dovranno ripartire. In queste ultime settimane molti si sono interrogati per sapere come sia andata l’esperienza della scuola durante la pandemia di coronavirus. Una cosa la possiamo comunque dire con facilità: la scuola a distanza non è scuola, crea difficoltà ai docenti, agli studenti e alle famiglie. La scuola è soprattutto relazione scambio e socializzazione. Le migliori condizioni per apprendere sono sicuramente quelle date dalla scuola in presenza. In fondo tutte le critiche e i limiti emersi in queste settimane mettono ben in evidenza questo aspetto: docenti, allievi e genitori seppur con metodi e accenti diversi (alcuni dei quali anche discutibili da un punto di vista formale) hanno messo in luce che i problemi, come si dice spesso, stanno nel manico: la scuola a distanza aumenta le disuguaglianze sociali, demotiva allievi e docenti e rende difficile l’interazione tra loro. Certo i problemi sono stati creati anche dall’assenza di una vera gestione di questo modello di scuola a distanza, da direttive calate dall’alto e spesso in modo intempestivo e dall’assenza di una vera riflessione su questo modello. Ma in fin dei conti quello che non funziona è proprio la scuola a distanza che andrebbe quindi evitata il più possibile nei prossimi mesi.
Per farlo però bisogna agire in modo serio e pianificato, senza lasciare spazio all’improvvisazione. In questo senso se guardare all’esperienza è sempre utile, sarebbe più opportuno riflettere seriamente su come aprire le scuole a settembre. In particolare l’attenzione andrebbe concentrata su come permettere la scuola in presenza rispettando i piani di protezione, spiegare con precisione come si procederà nel caso in cui a scuola si dovessero verificare casi di contagio, riflettere su come permettere ai ragazzi e alle ragazze di recuperare quanto perso durante la pandemia.
Come noto gli scenari finora presentati dal DECS sono sostanzialmente due: quello di una ripresa “normale”, con qualche misura di protezione supplementare (per ora non specificata) oppure, e si tratta del secondo scenario nel caso di una recrudescenza dei contagi, a classi dimezzate che si alternerebbero (una settimana a scuola, una a casa).
Non vogliamo qui entrare nella discussione e nei problemi che sollevano i diversi scenari (diversi, anche perché legati al tipo di insegnamento, alla dimensione degli istituti, etc.), ma ci pare chiaro che il punto di partenza debba essere quello di mirare ad un ritorno ad una scuola in presenza, totalmente in presenza: tutte le altre varianti possono essere considerate per quello che sono: istruzione a distanza, passaggio di nozioni, intrattenimento, etc. Ma non certo scuola nel senso pieno del termine.
Se l’obiettivo deve essere quello di una ripresa della scuola a tempo pieno e in presenza (e ci pare che il capo del DECS nell’intervista al domenicale Il Caffè abbia espresso una preferenza per questa variante), allora vanno messe in atto tutte quelle misure che permettono sul serio di realizzarla, nelle migliori condizioni scolastiche e sanitarie.
In questa prospettiva ci pare che le questioni che si pongono con urgenza (e avrebbero dovuto porsi già da settimane) sono due: quella del numero di allievi per classe e quella di spazi adeguati nelle strutture scolastiche.
Per quel che riguarda il numero di allievi per classe è evidente che ci si dovrebbe almeno porre l’obiettivo che, con il prossimo settembre, non vi siano classi con più di 20 allievi. Un obiettivo realistico da raggiungere nella pianificazione scolastica tuttora in corso.
Da questo orecchio, tuttavia, DECS e governo sembrano non sentirci, accampando obiezioni inaccettabili quali la mancanza di spazi nelle scuole e i costi eccessivi di misure di questo genere.
Per quel che riguarda l’obiezione sugli spazi, la logica del governo appare risibile: se si fosse ragionato in questo modo per affrontare la possibilità di accogliere i pazienti colpiti di Covid negli ospedali sarebbe stato un disastro. Spazi non ve ne erano, normalmente, a sufficienza; ma in poche settimane si sono creati (chi l’avrebbe detto che, in pochi giorni, la caffetteria del San Giovanni di Bellinzona si sarebbe trasformata in una sorta di primo pronto soccorso COVID?). Nel passato il Cantone, in situazioni di bisogno, ha fatto ampio ricorso (e per anni) a strutture prefabbricate che hanno dato, in generale, buone prove. Perché non sarebbe oggi possibile sviluppare tali strutture per dare ossigeno a strutture scolastiche oggi molto spesso sovraccariche.
Senza dimenticare che, qualora si dovesse applicare il piano B – quello a metà classi alternate- la diminuzione del numero di allievi per classe sarebbe un vantaggio, oltre che una necessità.
La ripresa poi dello scenario a tempo pieno, che noi auspichiamo, necessita – e da subito – una serie di decisioni di carattere sanitario che devono essere presentate e preparate: non si può, come DECS e governo tendono sempre più a fare, arrivare all’ultimo momento.
Anche qui ci pare che le misure irrinunciabili siano almeno due. La prima è quella dell’obbligo della mascherina a scuola. Sarebbe veramente malvenuta una ripresa a tempo pieno e in presenza della scuola senza l’obbligo che studenti, docenti e tutto il personale scolastico portino la mascherina.
Il secondo punto è quello relativo ai tamponi. Sappiamo che un risultato negativo al tampone non dà la garanzia di immunità permanente; ma al rientro della scuola non sarebbe fuori luogo immaginare che tutta la comunità scolastica (a cominciare dai docenti) venisse sottoposta al tampone. Modi e tempo di questa pur impegnativa operazione dovrebbero essere decisi subito e preparati e realizzati nei giorni precedenti l’inizio della scuola. Ma questa operazione è stata possibile per la scuola reclute non si capisce perché non dovrebbe essere possibile per la scuola in generale.
Tutto questo, naturalmente, costa. Ma tutti i discorsi che sottolineano le difficoltà finanziarie e quindi la necessità di non eccedere con le spese (e chi ha incontrato i vertici del DECS se li è sentiti riproporre) sono da respingere con decisione.
La retorica della “ripartenza” non può valere solo per le imprese, dal cui bene e dalla cui salvezza dovrebbero dipendere i destini di tutti noi. Scuola e formazione sono beni supremi, diritti delle persone senza la cui realizzazione nessuna “ripartenza” degna di tal nome ha senso.
Per riassumere: si sarebbe potuto e dovuto invece cominciare a riflettere seriamente sulla possibilità di trovare nuovi spazi per garantire più aule e meno allievi per classe, ad assumere più docenti e docenti di sostegno per garantire a tutti e tutte di andare a scuola in sicurezza; ma queste cose costano e vanno pianificate, allora molto meglio dire che la scuola a distanza funziona bene e se qualcosa non va è colpa dei docenti fannulloni e irresponsabili...
Così i ragazzi e le ragazze avranno avuto la possibilità di passare l’estate in discoteca e nei bar del cantone (perché il turismo e l’economia non si possono fermare), ma rischieranno di non poter andare a scuola non per colpa della ripresa dalla curva epidemica in quanto tale; ma a causa dell’assenza di lungimiranza e di pianificazione del DECS e del governo che alle esigenze della scuola e della formazione preferiscono quelle delle imprese e del turismo.
di Angelica Lepori, deputata MPS
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