
In un recente articolo apparso sulla NZZ si può leggere questo commento sul rapporto identità-integrazione: “L’integrazione è più ardua nell’ambito della convivenza sociale dei valori e degli atteggiamenti. Quando sorgono divergenze per rapporto a leggi non scritte dell’ordine, o addirittura nell’atteggiamento verso la violenza, si conclude: le nostre leggi valgono per tutti. Chi vorrebbe contraddire ciò. Evidentemente i delitti, senza eccezione per manifestazioni come la vendetta di sangue, devono essere puniti secondo il nostro diritto e quindi una società multiculturale applicata conseguentemente non potrebbe funzionare”. Non può applicarsi allo straniero di altra cultura la legge civile, religiosa o di costume che soggettivamente egli sente come propria. Qui sta il nocciolo della questione, del rapporto tra identità e integrazione in una società aperta.
Quali sono i segni, i valori che caratterizzano la nostra identità e appartenenza e che devono essere preservati? Sono l’edificio comune della nostra società svizzera e quindi ticinese.
I diritti inviolabili della persona, uomo e donna, inerenti al loro essere. Essi trovano storicamente radici nel cristianesimo (Croce, Perché non possiamo non dirci “cristiani”) e nell’illuminismo che li ha sanciti solennemente.
La coesione nella diversità di lingua, cultura, religione, costumi, senza prevaricazione della maggioranza. Il federalismo che salda e regola nelle istituzioni questa diversità. La democrazia diretta che chiama cittadini responsabili a decidere definitivamente sulle scelte politiche e sociali più importanti. Quindi una sovranità che risiede nel popolo, alla quale non siamo disposti a rinunciare. La neutralità con un esercito di milizia.
Il principio della sussidiarietà, per cui si delega all’autorità superiore solo quanto non può essere svolto efficacemente dall’ente più vicino, con il conseguente federalismo fiscale che consente al cantone di svolgere i compiti che si è autonomamente prefisso. Ciò è frutto della storia che ha visto nascere prima i Cantoni e poi la Confederazione.
Il senso dello stato, il rispetto per la res pubblica da parte di chi è chiamato a svolgere funzioni di governo, di legislatore, di giudice. Lo stato laico distinto da ogni religione o ideologia: sostanzialmente diverso dallo stato totalitario in cui esiste identificazione tra partito unico e stato (nazismo, fascismo, comunismo) o tra religione e stato (fondamentalismo islamico).
Le assicurazioni sociali (in primis AVS) fanno pure parte della nostra identità, così come l’impegno per il lavoro ben fatto, la pace del lavoro che regola i conflitti sulla base dei contratti collettivi e della contrattazione tra le parti.
In sintesi sono questi i grandi valori fondanti la nostra identità, che la massima parte dei cittadini vuole conservare.
Il nostro paese è peraltro aperto e tollerante; ospitiamo il 20% di stranieri, più di ogni stato europeo. Essi hanno in massima parte accettato i principi e i valori espressi dalla nostra società e dalle nostre istituzioni.
Questo rispetto è l’integrazione (non già l’assimilazione), che possiamo e dobbiamo esigere.
Il multiculturalismo assurto a ideologia sostiene che tutte le civiltà siano di pari valore: io non credo invece che una società che esprime e rispetta i diritti fondamentali della persona abbia uguale valore di una società in cui persiste la sottomissione della donna, perfino la sua lapidazione applicando la legge religiosa-civile. Non può essere che l’apertura e la tolleranza implichino automaticamente l’accettazione acritica di mentalità, tradizioni e abitudini altrui, a maggior ragione se collidono apertamente con i nostri valori.
Andrea Giudici, Granconsigliere PLR
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