
Il prossimo 26 settembre le cittadine e i cittadini svizzeri sono chiamati a esprimersi sulla revisione della Legge sull'assicurazione disoccupazione (LADI). Alcuni urlano allo scandalo, sostenendo che è in atto l’ennesimo smantellamento di un’assicurazione sociale che funziona; altri versano fiumi di inchiostro per denunciare il presunto attacco rivolto contro i cittadini più deboli; pochi però cercano di indicare in che termini la questione vada affrontata e, soprattutto, quale dovrebbe essere il compito dell’assicurazione disoccupazione. Nel breve spazio di un articolo risulta difficile spiegare in maniera razionale e circostanziata di cosa si tratti, mentre molto più semplice è, con atteggiamento demagogico, fomentare timori ingiustificati. Innanzitutto, occorre chiarire che, come ogni altra assicurazione, anche questa dovrebbe reggersi su un equilibrio tra contributi versati e prestazioni erogate. A causa di un’ipotesi errata sul tasso medio di disoccupazione, dalla riforma del 2003 il bilancio di questo ammortizzatore sociale è però sempre rimasto nelle cifre rosse, tanto che si è arrivati a cumulare un debito complessivo di oltre 7 miliardi. Il parlamento federale, confrontato con tale problema strutturale, è tuttavia riuscito a trovare una soluzione equilibrata ai problemi della LADI. Invece di limitarsi ad adottare la ricetta tipica della sinistra per la quale se servono più soldi basta aumentare tasse, imposte o contributi, si è responsabilmente optato per valutare puntualmente se nella legge attuale non fossero presenti delle situazioni specifiche in cui questa assicurazione andasse rivista. L’assicurazione disoccupazione deve infatti essere quello strumento, quel periodo ponte, in grado di garantire una consulenza e un sostegno anche finanziario tra un lavoro e l’altro. A rassicurarci vi sono le statistiche mostrano chiaramente come in una situazione definita “normale” questo periodo sia relativamente breve: l’80% dei disoccupati trova un nuovo impiego entro un anno e la durata di indennità di 18 mesi (invariata rispetto all’attuale legge) risulta quindi ragionevole. La riforma prevede per l’appunto che per la stragrande maggioranza degli assicurati la situazione, sotto l’aspetto sostanziale, non cambi rispetto al passato. Con questa revisione si è deciso di armonizzare la durata dei contributi a quella delle prestazioni. Nel caso concreto, prima un lavoratore tra i 30 e i 55 anni doveva pagare 12 mesi di contributi per avere diritto a 18 mesi di rendita, con la modifica proposta i due periodi dovranno equivalersi. Nessuno vuole però negare che nel mercato del lavoro vi siano situazioni di disagio o esistano persone che faticano molto per riuscire a trovare un’occupazione; sarebbe tuttavia illusorio, fuorviante e intellettualmente disonesto credere, e far credere, che ciò dipenda dalla durata delle indennità di disoccupazione. I problemi e le soluzioni sono ben altri. Come, per esempio, il processo di riqualifica professionale: spesso il disoccupato che non trova un’occupazione per un lungo periodo fa infatti parte di una categoria di persone poco qualificate. Anche per quanto riguarda i giovani sarebbe meglio intervenire a livello di orientamento professionale, ponendo maggiormente l’accento, al momento della scelta formativa, sulle prospettive professionali: possibile che, per esempio, nei nostri ospedali il 30% degli infermieri – un settore dove il salario è garantito – sia di oltre confine? Si tratta solo di un esempio, ma a mio parere è questo l’approccio che bisogna avere. Un approccio che sia incentrato sulla valorizzazione e la responsabilizzazione dell’individuo in luogo di un assistenzialismo che non risolve il problema, limitandosi solo a coprire gli effetti (la disoccupazione) senza però affrontare le cause (ad esempio il livello di formazione insufficiente) Insomma il 26 di settembre sarà importante che dalle urne esca un Sì, una scelta responsabile per una revisione che ci garantirà un
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