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Accordi bilaterali: un ruolo anche ai comuni?
Redazione
17 anni fa
Christian Vitta

La stampa ha dato notizia su un incontro avvenuto il 9 marzo tra una delegazione della  Seco, composta di 5 persone, e i partner imprenditoriali e sociali ticinesi per discutere le problematiche legate all’applicazione degli Accordi bilaterali. L’incontro fa seguito certamente anche alla richiesta avanzata con la lettera dei capigruppo del Gran Consiglio, purtroppo non da tutti sottoscritta, e segna un cambiamento di strategia delle autorità federali, che abbandonando una posizione attendista per non dire disimpegnata intendono ora assumere un ruolo più attivo nell’affrontare le problematiche messe in evidenza nello scritto dei capigruppo. Questa interrogazione ha come primo elemento anche la richiesta che anche il mondo politico sia informato degli sviluppi - è previsto infatti un secondo incontro tecnico - di questa missione delle autorità federali, finalmente almeno reattive. D’altra parte è anche vero che non tutto deve essere atteso da Berna e che anche il Ticino, con tutte le sue forze e tutti i margini d’azione, non debba essere solo reattivo ma presentare ipotesi di miglioramento nelle relazioni con il territorio italiano, per quel che riguarda l’intervento di ditte e professionisti italiane nel Cantone Ticino. Per assicurare perlomeno parità di condizioni per le ditte ticinesi che sono concorrenziate sul territorio ticinese da quelle italiane della fascia di frontiera e anche oltre, un aspetto importante riguarda, oltre il rispetto da parte di quelle italiane delle condizioni salariali, il rispetto delle condizioni fiscali e il controllo di questo rispetto. C’è infatti da ritenere che buona parte di queste ditte italiane di ogni settore, dal giardinaggio alla falegnameria, dalla posa di pavimenti alla fornitura e al montaggio di cucine, dalla pulizia alle cure di anziani, non versino né imposte per la loro attività, né contributi sociali per i loro dipendenti e creino in questo modo le condizioni finanziarie per essere preferite dai committenti ticinesi, che ovviamente si rendono in tal modo perlomeno indirettamente conniventi con esse, quando ignorano o vogliono ignorare queste inadempienze. L’assoggettamento fiscale, in particolare all’IVA, è soggetto a particolari condizioni, tra cui importi minimi da raggiungere. La questione aperta è il controllo che le condizioni si adempiano e, in particolare che questi importi minimi non siano superati. Gli ispettori sui cantieri servono soprattutto a vigilare sul rispetto di normative salariali e contrattuali dei dipendenti e l’aumento del loro numero non modificherà verosimilmente il loro raggio qualitativo d’azione. Ci si può pertanto chiedere se non esistano altre risorse da mettere in campo per ampliare la gamma dei controlli. Effettivamente, la sorveglianza di prossimità sul territorio, in cui agiscono le aziende italiane, è pur sempre compito dei comuni, bene o male tutti attrezzati con un minimo di agenti che possono esercitarla anche sotto questi aspetti, mettendo in tal modo allo scoperto le eventuali evasioni da regole contrattuali o fiscali sui cantieri o più in generale nella residenza di cittadini stranieri. Aspettarsi, per esempio, controlli da parte della Confederazioni sul rispetto dell’assoggettamento all’IVA svizzera per aziende particolarmente attive nel nostro Cantone (il limite da superare è di 75'000 franchi) è pura utopia se si pensa che la Confederazione presenta le disposizioni in proposito sul suo sito unicamente nella versione tedesca e francese. Tenuto conto di quanto precede, pongo i seguenti interrogativi: in via generale, come intende il Consiglio di Stato informare il Gran Consiglio sugli sviluppi degli incontri e sulla missione della seco per far fronte ai problemi creati nel Canton Ticino dall’applicazione degli accordi bilaterali? In via particolare, il Consiglio di Stato intende verificare la possibilità giuridica di coinvolgere le Autorità comunali e gli organismi di polizia comunale nel controllo de

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