
Abbiamo un problema quando parliamo di giovani. Con la retorica ormai banale, trita e ritrita del “I giovani non si vogliono impegnare, non vogliono lavorare, sono dei fannulloni”! “Vogliono tutto e subito, non sanno cosa sia il sacrificio”. I giovani ricevono sempre le stesse accuse, e vengono associati ai soliti cliché. Immaturi, incapaci di progettualità, scansafatiche, senza voglia di fare. Abbiamo un problema, poi, quando parliamo di giovani e lavoro. Rinfacciando ai giovani di non voler “fare gavetta”. Certo lo si dice intendendo l’impegno per raggiungere i risultati, ma anche e soprattutto per indicare un percorso fatto di sofferenze e sacrifici. Fare gavetta intesa come la necessità di spaccarsi la schiena, di lavorare a ritmi assurdi, con orari assurdi, senza tenere però conto dei cambiamenti che sono avvenuti, nel mentre, nella società, ignorando quanto il mondo del lavoro e la situazione economica e sociale siano profondamente cambiati negli ultimi vent’anni.
La retorica per cui i giovani “Non hanno voglia di lavorare! Io alla loro età avrei accettato qualsiasi lavoro anche per due spicci!” è ancora molto diffusa ed è difficile per le nuove generazioni accettare, dopo anni di studio e specializzazioni, di sentirsi rinfacciare ancora questo. Non si può accettare di essere sfruttati, sottopagati e umiliati. L’esperienza è importante in tutti gli ambiti lavorativi, non si può pretendere di essere retribuiti allo stesso modo di chi, quel lavoro, lo svolge da dieci anni.
Deve esserci però un limite. La mancanza di esperienza non può e non deve giustificare le condizioni di lavoro che, spesso, molti giovani sono costretti ad accettare e subire. In un mondo del lavoro dove, in ogni caso, l’assunzione non è nemmeno scontata. Vi è come la sensazione che, i datori di lavoro, non vogliano o non possano investire a lungo termine, nei giovani. Si offrono spesso impieghi a breve durata, con periodi di prova di un anno, o con rinnovi di sei mesi in sei mesi. Non fingiamo di non vedere questa realtà. E così alle nuove generazioni non viene data una grande certezza di futuro. Quel “fare gavetta”, comportava un periodo di sacrificio alla fine del quale si veniva ricompensati con un lavoro stabile, con la possibilità di guadagnarsi stipendi dignitosi, di fare carriera.
Oggi noi stiamo ancora parlando e litigando sul salario minimo, che di minimo forse non ha proprio niente. Il lungo percorso, però, per ottenerlo, ci fa pensare che, almeno, adesso lo abbiamo, e che dobbiamo solo implementarlo.
I giovani vengono spesso visti come manodopera a basso costo, da sostituire con più velocità. Obsolescenza programmata dell’essere umano.
Mentre il confine fra “fare gavetta” e sfruttamento si assottiglia sempre di più.
L’instabilità lavorativa e lo sfruttamento alimentano l’incertezza e limitano le possibilità di un futuro stabile. Gli ultimi dati disponibili attestano la disoccupazione giovanile, seppur diminuita, coinvolga un totale di 8'633 unità. Un dato che viene riportato citando una non indifferente diminuzione rispetto allo scorso anno, ma comunque pesante come un macigno. In Ticino, la percentuale delle persone che lavorano ma che non riescono a vivere del loro salario, è tra le più alte a livello nazionale. Stessa situazione se guardiamo al numero di persone che deve fare più di un lavoro per vivere.
Mentre sempre più giovani si ribellano al concetto di “gavetta” come sofferenza. I giovani si chiedono il perché l’impegno debba essere per forza anche sofferenza. Perché non si possano avere stipendi quantomeno dignitosi. Perché il “fare gavetta” Intesa come impegno, umiltà e ambizione è un concetto valido anche oggi. Non dovrebbe essere utilizzato per giustificare lo sfruttamento dei più giovani, condannandoli a una vita di precarietà e stipendi poco dignitosi.
Cosa fare dunque? Alcune cose si possono fare subito e darebbero risultati immediati. Prima di tutto, e di questo si è molto parlato, bisogna riformare radicalmente il mercato del lavoro. Si può pensare di abolire la separazione fra contratti a tempo determinato e indeterminato, sostituendoli con un contratto unico, con protezioni e garanzie che crescono con l'anzianità sul posto di lavoro? Chiedo. Ma si dovrebbe pensare anche a qualche provvedimento più radicale. Per esempio, perché non abbassare a 16 anni l'età minima per votare? Anche se la proposta è stata bocciata, non credo non debba essere ripresa, al più presto, in considerazione.
Il problema dei giovani non è solo economico. Stiamo creando una generazione sfiduciata, disillusa che non s'impegna perché non trova sbocchi e non vede per sé un futuro. O chi invece s’impegna, spesso decide di andare oltre Gottardo, o all'estero. Non solo i cosiddetti «cervelli», ma anche giovani che non trovando un normalissimo lavoro in Ticino lo cercano, e lo trovano, altrove. Una generazione di scoraggiati non si riproduce né economicamente, né demograficamente e crea un pericoloso circolo vizioso. Queste spirali si possono arrestare, ma solo se si interviene presto. Se accelerano diventa impossibile fermarle. Cosa vogliamo fare?
Mattea David
Consigliera Comunale a Lugano - PS

