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Abbiamo bisogno di realismo e capacità di negoziazione
Redazione
17 anni fa
Patrizia Pesenti

Caro sindaco, autorità, cittadine e cittadini di Melide, vi ringrazio innanzitutto per avermi invitato a celebrare assieme a voi la nostra festa nazionale. Questa è la giornata in cui celebriamo la fierezza di essere svizzeri, l’orgoglio per la nostra indipendenza, per le nostre tradizioni di libertà ed autonomia conservate e tramandate con dignità e coraggio per oltre settecento anni. Fin da quel 1. Agosto 1291 cui vien fatto risalire il patto ed il giuramento fra Uri Svitto ed Untervaldo, simbolo di quella solidarietà e mutualità che siamo poi andati coniugando nei secoli sempre in nuove forme e nuove maniere. Quel 1. agosto di un popolo laborioso e tenace, laborioso al punto da rendere il Natale della Patria giorno festivo a tutti gli effetti solo nel 1993, con un voto popolare che non ha dato adito a dubbi (l’84 per cento di sì). Però, proprio poiché siamo svizzeri, e di fatto non amiamo troppo le autocelebrazioni, anche la fierezza di essere svizzeri non è mai incondizionata. Siamo molto critici, soprattutto autocritici, e - inutile negarcelo - dall’autunno dell’anno scorso gli eventi eccezionali che hanno travolto il mondo intero in generale e la nostra piccola nazione in particolare ci interpellano e ci pongono diverse domande. Parlo come avete capito della crisi finanziaria che ha iniziato a scuotere le nazioni, una crisi che ha rapidamente infettato l’economia. Una crisi alla quale si sono aggiunti gli attacchi al nostro sistema bancario. Una crisi che ha visto la Confederazione iniettare 64 miliardi di franchi nella nostra principale banca per evitarne il tracollo. Viviamo insomma una fase di grande incertezza per il domani ed in particolare ci interroghiamo sulla solidità di alcuni nostri modelli che hanno resistito a lungo nel passato, ma che paiono incerti nel futuro. Stiamo assistendo anche a mirabolanti ripensamenti. I grandi guru del libero mercato, quello che da solo che avrebbe dovuto autoregolarsi ed era insofferente verso lo Stato visto come un impiccione nei suoi affari, beh molte di queste persone sono state folgorate sulla strada di Damasco. E hanno riscoperto l’importanza di uno Stato capace di sostenere il benessere, di uno Stato che non abbandoni per strada nessuno dei suoi cittadini. Nel frattempo però cresce il numero dei disoccupati, sale l’insicurezza e di pari passo la funzione sociale dello Stato è sempre più sollecitata. Per fortuna la rete di solidarietà costruita e consolidata negli anni passati è solida, è pronta a sostenere chi si trovasse nel bisogno, anche solo temporaneamente. In Ticino, come in Svizzera, la storia - se la leggiamo attentamente, senza farci fuorviare dagli stereotipi - ci dice che abbiamo potuto raggiungere un elevato tenore di vita e di indipendenza perché abbiamo lavorato per una solida concordanza tra idee e impostazioni diverse, tra interessi diversi e tra le diverse regioni linguistiche. La crescita della Svizzera si è compiuta – oltre che per il rispetto dell’autonomia delle varie regioni - attraverso una continua attenzione per le condizioni di vita dei cittadini. Chi ci ha preceduto ha scommesso sull’innalzamento del livello di vita della popolazione, di tutta la popolazione, non solo come benessere materiale a breve termine, ma come attenzione per la scolarizzazione dei cittadini e come attenzione per le condizioni di salute. La Svizzera aveva capito che sarebbe stato vincente, in un paese senza risorse naturali, puntare sulle risorse umane. La Svizzera italiana sta cambiando e non è facile leggere una realtà che cambia velocemente. Oggi le spinte alla chiusura si avvertono, i cittadini hanno paura di venire schiacciati dalle trasformazioni di un mondo globalizzato e insicuro. E questa paura va presa sul serio, è comprensibile e va gestita, ma non serve rinchiudersi. Abbiamo bisogno di realismo e capacità di negoziazione, occorre mantenere saldi alcuni punti fermi che fanno d

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