
La destabilizzazione del Vicino Oriente con l’appendice di centinaia di migliaia di profughi che fuggono da Siria ed Iraq è il risultato di una deliberata strategia americana, che si è sviluppata con l’accordo sul nucleare con l’Iran e che mira a far sì che non vi sia alcuna potenza egemone nella regione, ma solo Paesi in conflitto tra loro che permettano agli Stati Uniti di giocare il ruolo di grande burattinaio senza dover impegnare truppe di terra. Questa tesi viene esplicitata nell’ultimo numero della rivista di geopolitica italiana Limes dal titolo “Le guerre islamiche”.
In quest’ottica i tagliagola dello Stato islamico non vengono realmente combattuti dagli Stati Uniti, ma vengono usati per far esplodere gli interessi divergenti dei Paesi della regione (Turchia, Arabia Saudita, Iran ed Israele) e farli impantanare in guerre senza una possibile vittoria. Per Limes, gli Stati Uniti si propongono unicamente di contenere (evitare una sua ulteriore espansione) dello Stato islamico, anche perché sono convinti che la sua sconfitta creerebbe un vuoto che nessuno sarebbe in grado di colmare, poiché fa parte di una guerra dei cento anni tra sunniti e sciiti. Dunque per Washington l’intervento russo in Siria è considerato un successo, poiché impatana anche Mosca nel ginepraio mediorientale. Per Vladimir Putin l’obiettivo è invece consolidare la sua unica base navale nel Mediterraneo e rafforzare la sua influenza sulla Siria degli Assad e sottrarla ad una eccessiva influenza iraniana, far dimenticare la guerra ucraina e riproporre la Russia come potenza. Le tesi di Limes sono affascinanti e mettono correttamente in evidenza che – come viene scritto – per Washington “l’unico avversario strategico è la Cina, mentre il resto è solo noia”, ma restano aperti molti interrogativi.
Innanzitutto l’area del caos non si limita al Vicino Oriente, ma si sta estendendo in modo impressionante. Essa coinvolge gran parte dell’Africa del Nord (Libia ed Egitto), i Paesi del Sahel fino al Kenya e alla Nigeria verso Occidente, l’Afghanistan e il Pakistan verso Oriente e potrebbe anche toccare una Turchia a rischio di guerra civile con la minoranza curda. Questo caos provoca ed incrementa la fuga verso l’Europa di milioni di persone e crea il terreno fertile per il terrorismo islamico. Quindi, se gli Stati Uniti possono stare a guardare e possono giocare al grande burattinaio, all’Europa non sta e non può star bene. Quindi se i Paesi europei avessero un po’ di dignità e i loro Governi si proponessero di difendere gli interessi dei loro Paesi, dovrebbero reagire e cercare nuove alleanze (magari con la Russia) per non subire le conseguenze di questo gioco perverso. Con l’andare del tempo, nonostante la debolezza dei leader europei, si potrebbe determinare una rottura tra Stati Uniti ed Europa. L’unico Paese in grado di operare questa svolta è la Germania della Merkel. Sarà, ad esempio, interessante vedere se l’Europa prolungherà le sanzioni contro la Russia.
In secondo luogo, vi è da capire l’estensione dell’accordo raggiunto dagli Stati Uniti con l’Iran. Non vi è da escludere che oltre alle questione legate al programma nucleare iraniano vi siano intese segrete riguardanti il Vicino Oriente (evenienza che Limes tende ad escludere). Sarebbe infatti molto strano che gli Stati Uniti abbiano sdoganato un Iran, che negli anni delle sanzioni era sostenuto da Cina e Russia, senza aver chiesto contropartite strategiche. L’intervento russo in Siria a protezione della presenza militare di Mosca sembrerebbe indicare una certa preoccupazione sulle future preferenze di Teheran. Pure la ritrosia di Pechino ad avallare l’accordo sul nucleare iraniano sembra confermare questo sospetto, che è del resto la causa prima dei timori di Arabia Saudita e delle altre petromonarchie del Golfo Persico. Se questo sospetto non fosse fondato, si tratterebbe di un autogol americano, poiché l’Iran contribuirebbe alla realizzazione dell’obiettivo strategico cinese di creare una nuova Via della seta, intesa come congiunzione terrestre e marittima dell’Asia con l’Europa, per favorire la crescita dei commerci e lo sviluppo economico dell’intero Continente euroasiatico.
E infatti la crisi ucraina con la conseguente guerra è stata proprio creata ad arte dagli Stati Uniti per rompere i rapporti tra Europa e Russia e soprattutto tra Berlino e Mosca. Essa rispondeva all’obiettivo delle grandi potenze marittime di impedire il ricongiungimento commerciale, economico e quindi anche politico del Continente euroasiatico. L’attuale strategia americana nella sempre più estesa area del caos rischia però ora di vanificare l’impegno statunitense profuso per isolare la Russia di Putin e quindi rendere pressoché impossibile la realizzazione della Via della seta cinese. E infatti non ci sarebbe da meravigliarsi che ancora una volta i grandi strateghi americano ottengano il risultato opposto a quello che desideravano e quindi favoriscano l’affrancamento dell’Europa dalla loro tutela sempre più oppressiva.
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