
Altro che tregua nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Il presidente Donald Trump ha infatti annunciato che introdurrà dazi del 10% su circa 1'000 prodotti importati dalla Cina per un controvalore di circa 200 miliardi di dollari. Queste nuove tariffe doganali entreranno in vigore subito, ossia dal 24 settembre, e saliranno al 25% a partire dal primo gennaio. Questi dazi si aggiungono a quelli pari al 25% imposti su circa 50 miliardi di dollari di beni prodotti in Cina. Pechino non si è fatta intimidire e dallo stesso giorno in cui entreranno in vigore le nuove tariffe doganali statunitensi, ossia il 24 settembre, introdurrà dazi tra il 5 e il 10% sulle importazioni di beni americani del valore di circa 60 miliardi. Ciò porterà ad una escalation. Infatti Donald Trump aveva preannunciato che se la Cina reagirà, nuove tariffe doganali colpiranno altri 267 miliardi di prodotti cinesi. In pratica tutte le importazioni di beni cinesi, che l’anno scorso ammontavano a 505 miliardi di dollari saranno sottoposte a dazi.
La mossa della Casa Bianca tradisce il fatto che Trump ha paura di una grave sconfitta repubblicana nelle elezioni che si terranno all’inizio di novembre. Infatti ha escluso da questo pacchetto di misure i dispositivi elettronici di largo consumo (insomma i prodotti della Apple non sono inclusi) e ha scelto la via di un avvio graduale di questo nuovi dazi (il 10% e non il 25% che aveva ventilato in precedenza) per evitare una reazione negativa dei consumatori americani dovuta all’inevitabile aumento dei prezzi, che comunque è molto probabile che cominci a manifestarsi.
Sorprendente è stata la prima reazione di Wall Street. La borsa americana è salita nonostante il pericolo che un aumento dell’inflazione convinca la Federal Reserve ad aumentare i tassi di interesse americani in una misura maggiore alle aspettative già scontate dal mercato e nonostante la paura che il confronto commerciale tra Pechino e Washington sfoci in una nuova versione della guerra fredda. Evidentemente gli operatori finanziari ritengono che alla fine si giungerà ad un’intesa. Ma questo ottimismo appare sempre meno giustificato. Non è affatto scontato che una guerra commerciale tra le due maggiori economie del mondo si concluda con una vittoria americana. Questa previsione si basa sulla convinzione che in una guerra commerciale perde chi esporta di più e, dato che la Cina vanta un attivo commerciale di 375 miliardi negli scambi con gli Stati Uniti, il perdente sarà forzatamente Pechino. Questa analisi non tiene conto del fatto che in Cina vi sono tutte le principali multinazionali americane che producono nel Paese asiatico e che si stima vendano in Cina beni per 250 miliardi di dollari l’anno. Queste imprese sono facilmente soggette a misure amministrative che potrebbero rendere la loro attività molto più difficile. Non tiene nemmeno conto del fatto che il mercato cinese è il maggiore del mondo che le grandi operazioni di fusione e acquisizione delle società occidentali hanno bisogno del consenso cinese, che potrebbe essere negato, come è accaduto recentemente. E pure non tiene conto che catene produttive molto decentralizzate delle grandi imprese del giorno d’oggi non possono essere ridisegnate in breve tempo. E infine trascura completamente che le lotte di Washington fanno sì che il fronte politico americano è molto rissoso, mentre quello cinese è molto unito. Questo è importante, poiché le guerre si vincono e si perdono quasi sempre quando cede il fronte interno.
Infatti Pechino non nasconde la convinzione che le mosse commerciali di Washington fanno parte di una strategia di “contenimento” della Cina simile a quella adottata al termine della seconda guerra mondiale contro l’Unione Sovietica. In quest’ottica i vertici cinesi sono convinti che i dazi americani hanno l’obiettivo di far deragliare la crescita della loro economia. In gioco non sono solo gli scambi commerciali, ma anche gli equilibri geopolitici. Questo approccio alla crisi dei rapporti con gli Stati Uniti spiega, ad esempio, la partecipazione di truppe cinesi alle manovre militari russe in Siberia, che suggella una alleanza vera e propria e non più solo una comunanza di interessi. Altrettanto vale per il riavvicinamento ai “compagni” della Corea del Nord, con l’ostentata presenza di un massimo dirigente del Partito Comunista Cinese a fianco di Kim Jong Un alla parata militare tenutasi negli scorsi giorni a Pyongyang. E si potrebbe continuare. Il dato di fatto rilevante è che molto probabilmente i cinesi hanno ragione.
Infatti nel mondo d’oggi non è più possibile un confronto militare tra due potenze (almeno questa è la speranza), ma sono possibili le guerre asimmetriche, cioè le guerre commerciali, quelle finanziarie, quelle di propaganda, le cyber guerre e le guerre fatte a colpi di sanzioni, che Trump sta conducendo un po’ ovunque approfittando del ruolo centrale del dollaro nell’attuale sistema monetario internazionale. Ma Washington deve fare attenzione, poiché il troppo stroppia e infatti l’Unione europea, che appare sempre più in stato comatoso, ha cominciato a vagheggiare l’idea di usare sempre più l’euro negli scambi commerciali (non c’è da temere al primo avvertimento di Washington Bruxelles si rimetterà subito in ginocchio di fronte agli Stati Uniti).
In conclusione, questi nuovi dazi rischiano di provocare un’ulteriore escalation del confronto tra Cina e Stati Uniti e di preparare la strada verso una nuova guerra fredda che non è mai certo che non possa diventare (magari per qualche errore di valutazione) calda.
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