
Una cancellazione di parte del debito pubblico oppure l’uscita dall’euro sono le uniche soluzioni della crisi italiana. Eppure di tutto ciò non si parla. Il Paese è sull’orlo del burrone, ma il Governo sostiene che le prospettive economiche stanno migliorando e che già alla fine di quest’anno si comincerà a manifestare una ripresa dell’economia. Intanto, l’attenzione dell’opinione pubblica è tutta concentrata sulla possibile decadenza di Silvio Berlusconi e quindi su una possibile crisi di Governo. Insomma, si sta cercando di infondere ottimismo, dimenticando i problemi di un Paese oberato da oltre 2mila miliardi di euro di debito pubblico e di un’economia che – stando all’OCSE – anche quest’anno si contrarrà dell’1,8%. I dati del secondo trimestre di quest’anno indicano che la recessione continua a mordere e che il PIL si è contratto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e del 2,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Ma nessuno vuol guardare al di là del proprio naso. Quindi dimentica allegramente che si devono scovare ben 4 miliardi di euro entro la fine dell’anno per compensare la seconda rata dell’IMU, per finanziare la Cassa integrazione e per evitare l’aumento dell’aliquota dell’IVA. Completamente ignorato è inoltre il problema del debito pubblico che costa solo per il pagamento degli interessi circa 100 miliardi di euro ogni anno. Questi dati di fatto e le incertezze politiche hanno nel frattempo fatto inerpicare i rendimenti dei titoli decennali italiani ad un livello superiore a quello dei titoli analoghi spagnoli. Mentre a Roma si attende che “lo stellone” salvi l’Italia, sarebbe invece opportuno cominciare a discutere delle prospettive a medio e a lungo termine del Paese, anche perché tutto lascia presagire che si stia esaurendo il periodo di tregua offerto dai mercati finanziari. Inoltre il Paese non è chiamato solo a contenere il disavanzo pubblico al di sotto del 3%, ma a riportare i conti in pareggio e – stando al Fiscal Compact – a riportare il debito pubblico al 60% del PIL nell’arco dei prossimi venti anni. Si tratta – come abbiamo spesso scritto – di un’impresa impossibile. Dunque, per l’Italia già sofferente per le politiche di austerità occorre prendere il diavolo per le corna. E in questo caso le alternative appaiono sostanzialmente due. La prima è quella di ristrutturare (cancellare) parte del debito pubblico, come ha suggerito il collega Marcello Foa. Infatti si tratterebbe di una specie di Giubileo, in cui si rimettono i debiti. In questo modo si ridurrebbe sostanzialmente il costo del debito (onere per interessi) e si darebbe allo Stato quello spazio di manovra (se accompagnato dalle indispensabili riforme strutturali) per rilanciare l’economia. Il grande problema di questa soluzione è che oggi gran parte dei titoli del debito sono detenuti dalle banche e dai risparmiatori italiani. Quindi, una ristrutturazione del debito provocherebbe immediatamente una crisi bancaria e un notevole impoverimento soprattutto dei piccoli risparmiatori. Dunque lo Stato sarebbe chiamato a salvare e a ricapitalizzare le banche, annullando in gran parte gli effetti positivi della ristrutturazione del debito pubblico. Si tratterebbe di nuovo di un gioco delle tre carte. La seconda soluzione è la spaccatura dell’Unione monetaria e l’uscita dell’Italia dall’euro. In questo caso Roma riconquisterebbe la propria indipendenza monetaria e potrebbe monetizzare il proprio debito, come stanno facendo le banche centrali di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna. Inoltre, la probabile svalutazione della nuova moneta italiana ridarebbe fiato alle imprese e soprattutto all’industria di esportazione. Vi sarebbe il pericolo dell’inflazione, ma nelle attuali condizioni economiche del Paese e dell’economia mondiale la spinta al rialzo dei prezzi sarebbe molto probabilmente meno forte di quanto molti temono. Di tutto ciò non si discute in Italia, anche perché rimettere in disc
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