
Gli effetti perversi della politica del denaro facile e a costo zero seguite dalle principali banche centrali occidentali si stanno moltiplicando e rendono arduo e addirittura pericoloso un ritorno alla normalità. La consapevolezza di questa realtà è la ragione prima che continua a far titubare la Federal Reserve americana, che ha già più volte fatto intendere che si stava apprestando ad alzare i tassi di interesse per poi rimandare la decisione a tempi migliori.
Nel comunicato diffuso dopo l’ultima riunione del Comitato direttivo della banca centrale americana molti hanno letto una specie di annuncio che nella prossima riunione di dicembre la Fed comincerà ad alzare i tassi di interesse statunitensi.
Non è escluso che questa interpretazione sia corretta, ma il comportamento dei mercati finanziari sembra indicare il contrario. Infatti le borse hanno chiuso un ottimo mese di ottobre, in cui hanno ampiamente recuperato le correzioni delle settimane precedenti. Dunque, sembra che i mercati finanziari non credano che la banca centrale americana voglia cominciare a normalizzare la sua politica monetaria. Infatti la crescita americana è di poco superiore all’1% e soprattutto lo scenario dell’economia mondiale non è migliorato.
Vi è infatti un Giappone in recessione, Paesi emergenti in difficoltà e un’economia europea che arranca a tal punto da spingere la Banca centrale guidata da Mario Draghi a preannunciare nuove misure di sostegno della crescita, che potrebbero andare dall’estensione oltre il prossimo mese di settembre del programma di Quantitative Easing, al suo rafforzamento con l’acquisto di un ammontare di titoli superiore ai 60 miliardi di euro che vengono comprati ora, fino all’uso della “bomba atomica” dell’introduzione dei tassi negativi.
L’andamento insoddisfacente dell’economia è del resto confermato proprio dall’andamento delle borse che salgono grazie al denaro facile e a costo zero offerto dalle banche centrali, ma non perché vi sono segni di miglioramento della redditività e delle vendite delle società quotate.
Come ha scritto nell’ultimo numero il settimanale The Economist, gli utili delle corporation che compongono l’indice S&Poor’s 500 nel terzo trimestre di quest’anno sono inferiori a quelli di un anno fa e i loro fatturati sono diminuiti del 3%. La situazione non è migliore in Europa dove si prevede una contrazione degli utili del 5,4% e delle vendite del 7,9%.
Questi dati spiegano anche l’affanno dei top manager nel varare piani di riacquisto di azioni proprie o operazioni di acquisizione o di fusione. Queste operazioni servono ad ammansire gli investitori e a distogliere l’attenzione dall’andamento dell’attività della società. Naturalmente queste operazioni vengono finanziate a debito, approfittando dell’abbondanza di liquidità e del basso costo del denaro.
E i risultati si vedono: secondo uno studio di McKinsey Global Institute il debito delle società private è aumentato a livello globale dai 38mila miliardi del 2007 (l’anno precedente la crisi finanziaria) a 56mila miliardi nel 2014 (il tutto è stato calcolato ai prezzi del 2013). Quindi, queste politiche monetarie stanno provocando un aumento del debito delle aziende che non viene usato per investimenti, ma per tamponare buchi, finanziare riacquisti di azioni proprie ed acquisizioni. Quindi, il debito, causa prima della crisi finanziaria del 2008, aumenta, ma l’economia non riprende a crescere in modo sano e duraturo.
Se c’è una bolla nelle borse, una ancora maggiore esiste sui mercati dei capitali. In Europa oltre 2'700 miliardi di obbligazioni hanno rendimenti negativi, perfino alcuni titoli pubblici italiani. Addirittura i titoli pubblici greci sono talmente saliti da offrire rendimenti molto bassi. I rendimenti bassi offrono un quadro falsato anche dei risultati delle politiche di risanamento dei bilanci pubblici dei Paesi europei.
Per intenderci una normalizzazione dei tassi di interesse renderebbe palese che la riduzione dei deficit pubblici è in molti casi solo uno specchietto per le allodole. Infatti un aumento del costo del servizio del debito farebbe emergere chiaramente che il risanamento dei conti di Spagna, Portogallo ed Italia è ben poca cosa e che anche il deficit di Paesi come la Francia sarebbe molto più alto con una normalizzazione dei tassi.
Insomma l’economia occidentale oggi è tossicodipendente e avrebbe una grave crisi di astinenza se le si togliesse la droga rappresentata dal denaro facile e a costo zero. In questo contesto sarebbe interessante osservare le conseguenze di un eventuale aumento dei tassi americani che comporterebbe un apprezzamento del dollaro con una diminuzione delle esportazioni americane superiore a quella già registrata ultimamente e molto probabilmente un ribasso di Wall Street. Sarebbe un esperimento interessante, anche perché la conseguente frenata dell’economia americana costringerebbe la Fed a ritornare sui suoi passi l’anno prossimo.
In conclusione, non è con le alchimie monetarie che usciremo da questa crisi. Occorre cambiare drasticamente politica riducendo le diseguaglianze di reddito, riformando veramente il sistema bancario e ritornando ad investire massicciamente nell’economia reale all’inizio anche con grandi programmi di investimenti pubblici. Ma finora non vi sono segnali di un cambiamento di rotta e quindi l’uscita dalla crisi non è prossima.
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