
Eurolandia esce dalla recessione più lunga della sua storia. Infatti il PIL nel secondo trimestre è aumentato dello 0,3% rispetto ai primi mesi dell’anno, superando le previsioni degli analisti. Si tratta di una ripresina che si affianca a quella del Giappone e a quella degli Stati Uniti, che induce molti a ritenere che si stia intravvedendo la luce destinata a segnare la fine della più lunga recessione di questo dopoguerra. Questo rimbalzo dell’economia europea lascia però ancora il PIL di Eurolandia ad un livello inferiore rispetto a quello del secondo trimestre dell’anno scorso (per l’esattezza segna una contrazione dello 0,7%) e soprattutto nettamente inferiore al livello raggiunto cinque anni fa prima dello scoppio della crisi finanziaria (meno 3%). Nonostante la grande campagna mediatica, secondo cui la fine della crisi è ormai prossima, all’orizzonte si stagliano ancora molte nubi che inducono alla prudenza e che anzi fanno ritenere che sia probabile che l’economia sia destinata a conoscere ancora per lungo tempo una crescita insoddisfacente, paragonabile ad una stagnazione economica, che non sarà in grado di migliorare la situazione del mercato del lavoro né a frenare la crescita della disoccupazione. Non è quindi da escludere il ripetersi di uno scenario alla giapponese, che ha visto l’economia (pur tra momentanei alti e bassi) trascinarsi per decenni senza imboccare la strada di una vigorosa e sana ripresa. Questo scenario è reso plausibile da due fattori. Come sta accadendo negli Stati Uniti e in Giappone, questa ripresa non è trainata da un aumento degli investimenti, come è invece sempre accaduto nei cicli economici precedenti. Questo comportamento conferma che le imprese continuano a nutrire notevoli dubbi sulla sostenibilità della ripresa. Ciò vale anche negli Stati Uniti dove la ripresa sembra più forte e consolidata e dove le aziende hanno accumulato notevoli liquidità e che quindi non vedono limitate le loro capacità di investimento dalle difficoltà di accesso al credito, come accade invece in un’Europa che soffre ancora per le conseguenze di un sistema bancario dissestato e quindi restio a concedere crediti. Questo “sciopero” degli investimenti (in Europa sono diminuiti del 5% rispetto all’inizio della crisi) è da ascrivere alla debolezza della domanda finale e soprattutto a quella dei consumi delle famiglie. Ciò vale sia al di qua sia al di là dell’Atlantico. In Europa questo fenomeno è determinato dal forte aumento della disoccupazione e dalla diminuzione del reddito disponibile dovuto all’aumento della pressione fiscale diretta ed indiretta volta a risanare i conti pubblici. In parole povere, le famiglie non hanno soldi per consumare di più e gli Stati per incrementare spesa ed investimenti pubblici. Un fenomeno analogo si riscontra anche negli Stati Uniti nonostante negli ultimi mesi siano stati create decine di migliaia di nuovi posti di lavoro. E in effetti una lettura attenta dei dati americani fa scoprire che il miglioramento dell’occupazione è dovuto principalmente a posti di lavoro con salari molto bassi o addirittura precari. Quindi anche l’economia statunitense continua trascinarsi a tassi di crescita modesti che non bastano ad indurre le imprese ad investire in modo massiccio. Ciò dimostra pure che le continue iniezioni di liquidità della Federal Reserve danno fiato ai mercati finanziari (e quindi ai ceti sociali più abbienti), ma non riescono a produrre effetti benefici sull’economia reale. Anzi queste politiche monetarie esaltano (e non contrastano) la vera causa della crisi: la crescente divaricazione dei redditi e la continua perdita di potere d’acquisto dei ceti medi e meno abbienti. Questo fenomeno è dovuto alle trasformazioni strutturali dell’apparato produttivo, che non sono state contrastate (anzi sono state rafforzate) dalle politiche dei Governi. Tutto ciò produce quella debolezza della domanda finale (con il corollario dell’aumento dell’indebitamento privato e pubblico) che è la causa prima della crisi.
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