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Un cerotto da 43 miliardi per la Grecia
Redazione
14 anni fa
Questo nuovo pacchetto di aiuti non risolve né i problemi del Paese ellenico né la crisi dell'euro che è solo ancora alle battute iniziali

L’Unione Europea ha finalmente superato le sue dispute interne e ha deciso di applicare un nuovo cerotto per la Grecia. Infatti lunedì scorso l’Eurogruppo ha dato il via libera ad un nuovo piano di aiuti ad Atene del valore complessivo di 43,7 miliardi di euro che verrà devoluto in tre tranche previa approvazione di alcuni Parlamenti nazionali. Di questi aiuti 10,6 miliardi andranno al Governo per finanziare il bilancio statale, mentre 23,8 miliardi verranno usati per ricapitalizzare le banche elleniche. Questo nuovo pacchetto di aiuti si era arenato dopo l’opposizione del Fondo Monetario Internazionale che riteneva assolutamente irrealistico il piano di risanamento del debito pubblico greco preparato da Bruxelles. L’FMI aveva chiesto esplicitamente che vi fosse una ristrutturazione del debito ellenico detenuto dalla Banca centrale europea, dal Fondo Salva-Stati e dai singoli Paesi europei per centrare l’obiettivo di un riduzione del debito del Paese al 120% del PIL nel 2020. Ciò sarebbe equivalso ad un condono inaccettabile per il Governo tedesco che si è decisamente opposto. E’ discutibile che l’accettazione dei suggerimenti dell’FMI avrebbe salvato una Grecia, la cui economia si è contratta di un quinto negli ultimi quattro anni e il cui debito pubblico è salito dal 1999 (anno di inizio della crisi) dal 120% rispetto al PIL all’attuale 175%. La soluzione trovata lunedì scorso non risolve i problemi della Grecia, è un nuovo intervento che mira a guadagnare tempo e ripropone a livello continentale la mancanza di una strategia credibile per affrontare la crisi dei debiti sovrani. Infatti il pacchetto per Atene prevede una riduzione dei tassi di interesse sui prestiti concessi alla Grecia, un allungamento delle scadenze delle linee di credito, una moratoria sul servizio del debito e una fantasiosa operazione di riacquisto dei titoli del debito pubblico greco ancora in mano ai privati. In pratica, nessun Paese dovrà formalmente incassare una perdita sui prestiti concessi alla Grecia. Ed era proprio questo l’obiettivo dell’intero esercizio. Queste misure dovrebbero portare il rapporto debito/PIL al 175% alla fine del 2016, al 124% nel 2020 e al di sotto del 110% nel 2022 dopo questo rapporto avrà raggiunto un massimo del 190% nei prossimi due anni. La scommessa europea sta nel fatto che la Grecia raggiunga un avanzo primario (ossia un avanzo dei conti pubblici prima del pagamento dei tassi di interesse) e che in seguito la crescita economica sia superiore al livello dei tassi di interesse che sono stati nel frattempo ridotti. Quindi, come era già capitato con i precedenti piani, tutto si gioca su una crescita dell’economia greca che non si capisce da dove possa prendere origine. Il Paese è spossato da questi anni di austerità e i dati economici sono invariabilmente peggiori da quelli previsti da Bruxelles: negli ultimi due anni l’economia si è contratta dell’11,7% invece dell’atteso 6,5%, la domanda interna del 15% invece del 7%, la disoccupazione è schizzata al 25% invece che fermarsi al 15%. Non si capisce quindi come la situazione possa mutare per u Paese che ad eccezione del settore turistico e di quello dei trasporti marittimi non possiede una struttura economica importante votata all’export. E’ indubbiamente vero che il costo del lavoro in Grecia è diminuito e che la bilancia commerciale greca è migliorata, ma ciò è avvenuto soprattutto grazie al calo delle importazioni. Quindi anche questo piano è fondato su illusioni. L’obiettivo è ancora di guadagnare tempo e, in questo caso, di evitare alla signora Merkel di doversi presentare davanti al Bundestag a spiegare la cancellazione di una parte dei prestiti già concessi alla Grecia. Il piano non funzionerà, poiché una ripresa dell’economia greca è solo una speranza. Con questo nuovo cerotto l’Europa non ha risolto alcun problema, anche perché la forte contrazione dei Paesi mediterranei sottoposti alle politiche di austerità sta cominciando ad intaccare anche la crescita tedesca e degli altri Paesi dell’Europa del Nord. E’ q

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