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Un asino... a processo: dalla follia umana alla ricerca di suoni
Un asino... a processo: dalla follia umana alla ricerca di suoni
Un asino... a processo: dalla follia umana alla ricerca di suoni
Redazione
8 anni fa
Alan Alpenfelt a Lugano con il riadattamento de “Il processo per l’ombra dell’asino”

Regista e produttore per radio e teatro, Alan Alpenfelt, di origini scozzesi trasferitosi quasi da subito in Ticino, è da sempre stato molto attivo nel campo dello spettacolo e della comunicazione. La multidisciplinarità è da sempre una caratteristica fondamentale nei sui lavori e nel 2013 ha fondato la sua compagnia con cui ha prodotto, tra le altre cose, un adattamento visivo e sonoro del radiodramma Words and Music di Samuel Beckett. Il 23 e il 24 Marzo, al Foce di Lugano, andrà in scena il suo riadattamento teatrale del radiodramma Il processo per l’ombra dell’asino di Friedrich Dürrenmatt, perciò l’abbiamo contattato per farci raccontare alcuni dettagli a proposito di questo particolare spettacolo.

Musica, teatro, arte,… Ti occupi di diverse discipline culturali, come nascono i tuoi progetti?Ci sono due elementi che sono un po’ i motori: il primo elemento è il mio interesse verso la musica e il suono come elementi che hanno un’assenza di immagini. Sono molto interessato a questo mezzo perché permette all’ascoltatore o a chi viene a vedere uno spettacolo di completare l’immagine: se uno ascolta e fa una certa esperienza che innesca delle emozioni, possibile tramite il suono della musica, cerco di rispettare l’ascoltatore dandogli la chiave per cogliere il messaggio nella sua completezza. Mi piace coinvolgere il pubblico in questo modo, dandogli l’ultima parte del lavoro da fare e questo lo si può fare soprattutto attraverso il suono, perché è un elemento ricco di immaginario e che permette di immergersi in qualcosa. Il secondo elemento è la mia ricerca basata sui comportamenti umani, che mi interessano molto, soprattutto nei comportamenti che portano a una ripetizione degli stessi errori, errori che poi causano oppressione, causano male,… Si può ad esempio pensare alle guerre che continuano a ripetersi. Questo continuo susseguirsi all’infinito degli stessi errori in un certo senso mi affascina.

A proposito de Il processo per l’ombra dell’asino: come è stato donare un’immagine a qualcosa che in origine era solo suono?Pensavo alla scrittura per radiodrammi, una cosa che andava molto negli anni ’60, dove chi scriveva per la radio fondamentalmente doveva dare grande importanza alla creazione dei suoni. È molto interessante studiare questi testi, perché il mio lavoro viene fatto prima di tutto sull’ascolto, io lavoro molto sull’ascolto degli attori e dei rumori che vengono creati. Per Il processo per l’ombra dell’asino abbiamo scelto di lavorare con il suono tridimensionale, con una tecnica sonora chiamata “binaurale”, che consiste nel ricreare un suono tridimensionale attraverso una testa e un microfono, quindi se il pubblico ascolta in cuffia e noi creiamo dei suoni dietro alla testa, anche il pubblico sentirà questi elementi dietro di sé. Quindi il gioco era questo: lavorare su un testo che è stato pensato per quel tipo di esperienza, quella dell’ascolto, però portando l’ascoltatore all’interno del testo, dentro l’esperienza sonora. Perché farlo a teatro? Perché farlo con delle immagini? In realtà io non uso delle immagini vere e proprie, il tutto viene creato in penombra, quindi la prevalenza va comunque all’ascolto: l’ascoltatore è seduto, con le cuffie, in una situazione piuttosto buia, però diamo abbastanza elementi visivi in modo che chi è presente possa vedere come vengono creati i suoni, e questo è molto bello. Abbiamo gli attori che sono anche dei rumoristi e viene creato comunque questo immaginario che sostiene il tutto.

Che cosa ti ha spinto a lavorare sui testi di un grande come Friedrich Dürrenmatt? E come è nata l’idea di farci uno spettacolo?Anche questo viene dal mio interesse verso la scrittura del suono. Subito dopo l’università, circa 10 anni fa, mi ero fatto molto prendere da questi radiodrammi: in particolare avevo letto Samuel Beckett e i radiodrammi di Friedrich Dürrenmatt e li ho messi in scena entrambi. Dürrenmatt l’ho trovato molto interessante perché anche lui tratta spesso dei temi di cui ho parlato prima, dei comportamenti umani ridicoli e assurdi. Se qualcuno, ad esempio gli alieni, vedessero questi comportamenti riderebbero sicuramente di noi, Dürrenmatt lo faceva già. Nel caso de Il processo per l’ombra dell’asino, i temi sono il passaparola, il pettegolezzo, il litigare e il creare una macchina burocratica per un’ombra, il nulla. Il tema è questo: un’ombra appartiene o non appartiene a un asino? Un’ombra è di nostra proprietà o no? Già solo questa è una di quelle classiche domande da burocrazia, per le quali viene da chiedersi “Ma siamo pazzi?”. In questo testo, una vicenda del genere coinvolge un’intera città, fino addirittura, infine, a farla bruciare: un’apocalisse totale. Poi ovviamente c’è anche la classica ipocrisia umana nella continua ricerca di un capro espiatorio, di dare la colpa sempre a qualcun altro. È uno spettacolo coinvolgente, divertente e moderno, infatti usiamo anche delle tecniche nuove per raccontare questo classico svizzero.

Dal momento che ti occupi anche di radio, qual è il ruolo dei media nei confronti dell’arte?Penso che debbano essere dei mezzi per amplificare dei messaggi. Se pensiamo all’arte come a un atto di comunicazione umana, oggi abbiamo sempre più mezzi per attuarla e rendere un messaggio fruibile. Ogni opera d’arte, che sia più o meno astratta, penso abbia sempre al suo interno un nucleo creativo, una problematica di fondo che vuole affrontare. Oggi abbiamo tantissimi modi di utilizzare questi mezzi per sviluppare queste problematiche, quindi credo che il loro ruolo sia di umiltà: penso che non debbano mai prevalere, devono essere un po’ come dei Caronti, che traghettano qualcosa di più alto, in questo caso verso le persone. Nel mio caso non ho una forma prevalente, scelgo il mezzo secondo me più appropriato per sviluppare un particolare discorso artistico. Se uso la radio è perché ho bisogno di portare le persone all’interno di un mondo, che sia l’automobile, che sia il teatro, ma immersi nelle cuffie, che sia l’ascolto,… Che sia un momento in cui ci si ferma e si ascolta, che non è una cosa facile. È anche una richiesta di partecipazione democratica. In ogni caso anche in futuro utilizzerò diversi altri tipi di comunicazione.

Michele Sedili

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