
A circa un mese e mezzo dalle elezioni statunitensi i sondaggi danno appaiati Donald Trump ed Hillary Clinton e addirittura danno il candidato repubblicano in vantaggio in alcuni Stati chiave per l’esito delle elezioni, come l’Ohio e la Florida. Se si dà credito ai commenti della stampa e delle trasmissioni dei principali canali europei, si giunge alla conclusione che i barbari sono alle porte e che si prospettano tempi bui, poiché un pericoloso xenofobo, omofobo e più ne ha più ne metta potrebbe diventare il prossimo inquilino della Casa Bianca. Ma la realtà non è questa.
Donald Trump ha idee e proposte concrete, che ovviamente possono non piacere e che alcuni possono ritenere pericolose, che possono essere racchiuse nel rifiuto del mondo che si è venuto delineando dopo l’implosione del blocco sovietico e più precisamente dopo la caduta del Muro di Berlino del 1989. Le idee e le proposte di Donald Trump fanno parte di un grande e spontaneo movimento sempre più forte anche in Europa, che è stato all’origine della vittoria della Brexit nel Regno Unito e dei continui successi in molti Paesi del Vecchio Continente di quelli che vengono definiti spregiativamente i partiti populisti. In cosa consistono questi tratti comuni? Per quanto riguarda l’economia, la constatazione che la globalizzazione, il liberismo e il crescente potere della finanza non hanno beneficiato pochi a scapito di molti e che oggi le economie occidentali navigano a vista senza direzione e non hanno alcuna proposta credibile per superare la crisi del 2008 e per imboccare una ripresa duratura e che soprattutto vada a beneficio anche dei ceti sociali meno favoriti.
Per quanto riguarda la politica, la constatazione che il potere dei cittadini, che si esprimeva nelle consultazioni elettorali nazionali, è stato notevolmente ridimensionato (per non dire annullato) e trasferito ad organismi sovranazionali, come l’Unione Europea, il WTO (l’Organizzazione mondiale del commercio), l’FMI e così via e a banche centrali (i cui dirigenti non sono eletti) che seguono i dettami dei mercati finanziari e delle banche, che spesso sono chiamate a sorvegliare. Questi organismi sovranazionali hanno ridotto al lumicino le competenze degli Stati nazionali. Essi – ed è questo il punto fondamentale – non sono al servizio della popolazione, ma dei grandi (e poco numerosi) gruppi di interesse che dirigono le sorti dell’Occidente. Il rifiuto di queste politiche si concretizza in Europa e negli Stati Uniti di Donald Trump nell’opposizione all’attuale globalizzazione e nell’affermazione dell’identità nazionale, tesa a riconquistare la sovranità nazionale e quindi quel potere del voto popolare che sono andati persi negli ultimi anni. Ovviamente si può non condividere questa analisi della realtà, appare però difficile, come viene spesso ripetuto da giornalisti ed economisti, che non è possibile cambiare la direzione politica degli ultimi anni e ancora che si tratterebbe di una svolta pericolosa e dagli effetti disastrosi. Una parte crescente dell’elettorato europeo e americano ha capito che le famose regole del gioco sono “truccate” a beneficio dei poteri forti e che oggi le élite che dirigono il mondo non sanno come uscire dalla crisi e non offrono alcuna prospettiva credibile né a livello economico né a livello politico.
Se l’opposizione alla globalizzazione e la volontà di riaffermare l’identità nazionale accomuna le due sponde dell’Atlantico, il programma di Donald Trump si adegua alla realtà americana. Due sono comunque gli aspetti centrali che vengono trascurati dagli organi di informazione europei. Il primo riguarda la politica estera: Donald Trump si propone esplicitamente di interrompere l’escalation di tensione tra Stati Uniti e la Russia di Putin che minaccia di sfociare in qualcosa di estremamente pericoloso. L’amministrazione di Obama (e sicuramente questa politica estera verrebbe seguita da Hillary Clinton che ne è stata in gran parte l’artefice) ha spinto a ricreare un clima di guerra fredda non solo con la Russia, ma in Asia anche con la Cina. Si può affermare che Obama ha mirato a riaffermare il ruolo di unica superpotenza degli Stati Uniti e Hillary Clinton continuerebbe questa politica di confronto duro e pericoloso sia con Mosca sia con Pechino. Questa politica non ha alcuna possibilità di successo se non attraverso una guerra. La posizione di Trump, che viene definita “isolazionista”, punta invece a rasserenare i rapporti con Vladimir Putin e trovare un’intesa con la Russia e la Cina. Insomma ad arrivare ad una nuova Yalta. Non è casuale che la corrente dei Neocon repubblicani (Wolfowitz, Kristol, ecc.), che hanno determinato la politica estera dell’amministrazione Bush e spinto gli Stati Uniti alla seconda guerra irachena hanno sottoscritto una lettera in cui invitano a votare Hillary Clinton e raccomandano ai repubblicani di non votare Trump. Se una persona ha a cuore la pace, dovrebbe valutare attentamente la strategia di politica internazionale di Donald Trump. Ma in Europa di queste idee, sono completamente trascurate dai nostri organi di informazione, anche da un canto vi è una prospettiva di pace e dall’altro che potrebbe portarci ad una nuova guerra mondiale.
Il secondo obiettivo programmatico di Trump, che merita attenzione, è la lotta alla globalizzazione. Il candidato repubblicano promette di far saltare l’accordo commerciale con Messico e Canada, di imporre forti dazi sulle importazioni cinesi, di tassare pesantemente le imprese americane che hanno trasferito i posti di lavoro all’estero e così via. Si tratterebbe di una vera e propria svolta che spaventa i poteri forti americani che vedono in Hillary Clinton una garanzia di continuità della politica economica. Ma, come anche alcuni economisti liberal hanno recentemente riconosciuto (come Paul Krugman), un po’ di protezionismo è quello di cui vi è bisogno per uscire dalla crisi. Infatti occorre rendere di nuovo stabili i mercati del lavoro occidentali che sono stati devastati dalla globalizzazione, come abbiamo più volte scritto in questo blog.
Questi sono le idee condivisibili di Trump che nel suo programma presenta il grande limite di non accennare alla necessità di una vera riforma finanziaria che metta il guinzaglio a Wall Street. Vi sono altri punti molto discutibili, come quelli riguardanti l’immigrazione. Ma se Donald Trump vincerà le elezioni e manterrà queste due promesse, sarà un presidente che cambierà il corso della storia. E’ ovvio che fa paura all’establishment che ha prosperato in questi anni, ma non abbiamo a che fare con l’arrivo di un pericoloso barbaro alla Casa Bianca, come invece lo dipingono gli organi di informazione.
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