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Trump come Reagan, non vi sarà guerra commerciale
Trump come Reagan, non vi sarà guerra commerciale
Trump come Reagan, non vi sarà guerra commerciale
Redazione
8 anni fa
Esagerati questi timori sollevati dopo l’imposizione da parte di Trump di dazi doganali su acciaio e alluminio

Non vi è alcuna guerra commerciale all’orizzonte, ma la volontà di correggere gravi squilibri nella mossa di Donald Trump di introdurre dazi doganali sulle importazioni di acciaio ed alluminio. In pratica, Trump sta dando seguito alle critiche contro la globalizzazioni enunciate più volte nel corso della sua campagna elettorale. L’iniziativa della Casa Bianca ricorda infatti quella dell’amministrazione Reagan negli anni Ottanta, quando l’allora presidente americano riuscì ad imporre al Giappone la limitazione volontaria delle esportazioni di automobili.

A confermare questa impressione è l’atteggiamento nei confronti della Cina. Non si va verso uno scontro, che sicuramente provocherebbe una guerra commerciale, ma verso un negoziato sulla richiesta di Washington di ridurre di 100 miliardi l’anno il disavanzo commerciale negli scambi bilaterali che l’anno scorso si era chiuso con un deficit americano di 375 miliardi di dollari nello scambio di beni. Anche con l’Unione europea, che ha minacciato ritorsioni all’imposizione di questi dazi, la partita appare aperta a negoziati tesi a risolvere la questione. Dunque appare esagerato ventilare l’ipotesi di una guerra commerciale.

Le grida di allarme levatesi sia negli Stati Uniti sia in Europa hanno un’altra ragione. E’ chiaro che passo di Trump allontana ancor più il mondo da quella prospettiva di un mondo globalizzato che è stata seguita negli ultimi trenta anni. Queste grida vengono infatti lanciate da quei gruppi di interesse che hanno largamente beneficiato di queste politiche. Essi sono le grandi multinazionali e le grandi banche. Non è casuale che il primo a dimettersi in segno di opposizione a questa decisione sia stato il capo dei consiglieri economici della Casa Bianca, l’ex presidente di Goldman Sachs, Gary Cohn. Non è neppure casuale che le reazioni più forti siano venute dall’Unione europea che è l’ultimo e pervicace alfiere della globalizzazione. Il mondo di questa globalizzazione favorisce solo pochi a scapito dei molti. Crea meccanismi perversi di dumping salariale e di compressione del mercato interno in nome di una competitività che è un obiettivo fine a se stesso. Infatti il surplus commerciale di un Paese non può che corrispondere al deficit di un altro e quindi creare tensioni politiche ed economiche irrisolvibili. Favorisce pure il dumping fiscale con i grandi gruppi internazionali che pagano ai vari erari una quota sempre più decrescente dei loro utili. Favorisce inoltre i movimenti speculativi dei capitali che sono in grado di influire anche sulle sorti dei diversi Paesi. Non è casuale che nel coro di preoccupazioni sia assente la sinistra. Per anni e anni i danni della globalizzazione sono stati denunciati da premi Nobel, come Joseph Stiglitz, e da politici, come il democratico Bernie Sanders.

Ora dove si va? E’ impossibile dirlo. Abbiamo sempre sostenuto che occorreva valutare l’operato di Donald Trump prima di tutto in base al rispetto della promessa elettorale di fermare il processo della globalizzazione, che prima della sua elezioni appariva inarrestabile. Il presidente americano ha fatto un primo passo ritirando la partecipazione americana a grandi trattati commerciali con 13 Paesi del Pacifico (TPP) e ai negoziati con l’Unione europea per un accordo simile denominato Ttip. L’introduzione dei dazi sull’acciaio e sull’alluminio va nella direzione di quel nazionalismo economico che Trump aveva sposato in campagna elettorale. Molto probabilmente tutto si concluderà con un aggiustamento delle pratiche commerciali e poco più. Questo è già un risultato importante, poiché segna la fine della fase ascendente della globalizzazione, ma sicuramente non sufficiente per risolvere i problemi che affliggono l’economia mondiale. Per fare questo occorrerà non solo un nuovo presidente americano, ma anche un’Europa che abbandoni le politiche neoliberiste e che si rimetta a pensare il futuro non come competizione tra sistemi-Paese, ma come miglioramento e distribuzione equa del benessere. Da tutto ciò siamo ben lontani. Bisogna però riconoscere a Trump il merito di aver rotto il ghiaccio.

Alfonso Tuor

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