
I costi di una nuova guerra fredda sono troppo elevati per tutti, anche per la Russia di Vladimir Putin. Sembra questa la lezione che scaturisce dalla grave crisi ucraina. Infatti il Cremlino sembra retrocedere rispetto ai propositi belligeranti manifestati negli scorasi giorni e l’Occidente appare intenzionato ad offrire una soluzione che salvi la faccia a Putin e che salvaguardi gli interessi della popolazione russofona dell’Ucraina. Se non vi saranno passi falsi o mosse avventate, questa sembra la soluzione della crisi. Ma è ovvio che quanto è accaduto negli scorsi giorni è destinato a cambiare gli equilibri internazionali. Proviamo a formulare alcune ipotesi.
Alcuni punti fermi. Innanzitutto, in Occidente non solo non si è mai presa in considerazione l’opzione militare, ma ci si è resi ben presto conto che anche l’imposizione di sanzioni economiche e commerciali sarebbe stata estremamente ardua e costosa. L’Europa dipende energeticamente dalla Russia e teme di restare “al freddo”. Infatti un terzo del gas usato nel Vecchio Continente proviene dalla Russia. L’importanza del gas russo è ancora più rilevante per Paesi come la Romania, la Polonia e soprattutto i Paesi baltici (Estonia, Lituania e Lettonia). Anche la Germania e l’Italia dipendono dal gas russo. L’Italia, ad esempio, consuma un quinto dell’export russo di gas. La Russia non esporta solo gas, ma anche petrolio, carbone e altre materie prime. Quindi per l’Europa la chiusura di queste forniture avrebbe comportato gravi conseguenze. Ma questo è solo il lato più apparente. L’imposizione di sanzioni economiche avrebbe avuto conseguenze che superavano i confini europei: infatti il prezzo di queste materie prime si sarebbe impennato, mettendo a repentaglio la fragile ripresa dell’economia occidentale. Accanto a queste ripercussioni più visibili ve ne sono altre non meno importanti. Le società petrolifere occidentali (BP, Eni, ecc.), le banche europee (Unicredit e banche austriache in testa) e molti gruppi industriali europei hanno effettuato investimenti miliardari in Russia e subirebbero gravi ripercussioni da un peggioramento dei rapporti economici con la Russia. Quindi, per l’Occidente la via delle sanzioni economiche e commerciali sarebbe stata molto onerosa.
Sorprende invece che i costi politici, economici e commerciali di un intervento in Ucraina non siano stati attentamente valutati da Vladimir Putin. Il presidente russo sembra infatti disposto ad ascoltare le proposte occidentali per uscire dalla crisi. Ciò induce a formulare due ipotesi. La prima, che appare la più credibile, è che la prova di forza di Putin è stata studiata per avere maggiore potere negoziale sull’assetto futuro dell’Ucraina. Quindi, si è trattato di una mossa ben calcolata, volutamente limitata. La seconda ipotesi è che Vladimir Putin si sia reso conto dei costi di una rottura con l’Occidente e si sia fermato per evitare l’inizio di una nuova guerra fredda. Ciò è comprensibile. Infatti se l’Europa ha bisogno delle materie prime russe, Mosca ha bisogno dei clienti occidentali che gli garantiscono grazie a solo le esportazioni di energia un quarto del PIL russo. A tutto ciò bisogna aggiungere la crescita dei rapporti finanziari con l’Occidente e gli investimenti finanziari (principalmente in Gran Bretagna e in Svizzera) degli oligarchi russi. Dunque anche per la Russia i costi di una guerra fredda sono troppo elevati.
Tutto ciò potrebbe indurre a ritenere che la crisi ucraina possa essere considerata un test che dimostra che una nuova guerra fredda è altamente improbabile. Compiere questo passo appare azzardato. Innanzitutto, la crisi ucraina deve essere ancora risolta e non si può escludere che la via del dialogo possa venire abbandonata, magari anche a causa di qualche iniziativa avventata del nuovo Governo al potere a Kiev. In secondo luogo, i fatti di questi giorni non verranno presto dimenticati e non mancheranno di mutare le relazioni tra Europa e Russia e soprattutto quelle tra Stati Uniti e Russia.
Infatti, è facile prevedere che le relazioni dell’Occidente con la Russia di Putin, già da tempo presentata dalla stampa occidentale come un potenziale nemico (basti pensare al modo come sono state seguite le Olimpiadi di Sochi), diverranno più difficoltose. E’ pure evidente che Mosca tenderà ad essere ancora più isolata dai Paesi occidentali. E’ quindi probabile che diverrà più difficile risolvere la crisi siriana e trovare un accordo di pace con l’Iran. Si tratta di conseguenze di non poco conto, ma la più importante è che in questa battaglia tra Occidente e Russia il vero vincitore sarà Pechino. La Cina potrà, da un canto, contare su un appoggio molto meno condizionato da parte della Russia di Putin e, dall’altro, vedrà gli Stati Uniti di Obama sempre più distratti dalle varie crisi mondiali e, quindi, sempre più incapaci di perseguire il loro obiettivo strategico di contrastare il peso della Cina nell’Oceano Pacifico.
Dunque, probabilmente si è riusciti ad evitare l’inizio di una nuova guerra fredda, ma il confronto tra Cina e Russia, da una parte, e Stati Uniti, dall’altra, sembra destinato a peggiorare e, quindi ad inasprire la nuova contrapposizione tra blocchi che nell’era della globalizzazione assumerà forme completamente diverse dalla vecchia guerra fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti.
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