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Tra due anni ancora un voto sull'Europa
Redazione
12 anni fa
Intanto il Consigliere di Stato Manuele Bertoli chiude agli apprendisti frontalieri fino a quando non vi saranno posti adeguati e sufficienti per i residenti

La questione della gestione della votazione del 9 febbraio e dei rapporti con l’Europa è al centro di una serie di importanti decisioni politiche. Il Consigliere di Stato Manuele Bertoli ha annunciato ieri che il Dipartimento non ratificherà i contratti di tirocinio dei frontalieri maggiorenni fino a quando non saranno trovati posti sufficienti ed adeguati per i giovani residenti nel Cantone. L’iniziativa del Governo è sicuramente positiva, poiché rende più difficoltosa questa via attraverso cui anche dei “falsi apprendisti” entravano nel mercato del lavoro ticinese.

Bene, dunque, poiché si ritorna al principio fondamentale della preferenza per i residenti che è la via (meglio dei contingenti) di mettere in pratica l’indicazione della maggioranza del popolo svizzero che lo scorso 9 febbraio ha approvato l’iniziativa dell’UDC contro l’immigrazione di massa. Sempre negli scorsi giorni il Governo ticinese si è dichiarato decisamente contrario all’idea di escludere frontalieri, lavoratori distaccati e padroncini dal novero delle possibili ipotesi di soluzione della questione dei contingenti. Sarebbe il colmo che il 68% dei ticinesi, che ha votato in buona sostanza contro “l’invasione dei frontalieri” e che ha quindi determinato il voto nazionale, non vedesse prese in considerazione le proprie istanze. Nel frattempo la Segreteria di Stato per l’economia (SECO) ha nel frattempo diffuso un rapporto, secondo cui con le recenti riforme delle misure di accompagnamento si sta lottando in modo efficace contro i casi di dumping salariale.

E’ inutile entrare nel merito di una istituzione che, come è già accaduto in passato, piega le proprie analisi alle esigenze politiche del momento. Sta di fatto che in Ticino i salari sono inferiori a quelli svizzeri (il salario mediano in Svizzera ammonta a 6'118 franchi; in Ticino a 5'091). Ciò non vale solo per i salari mediani, ma anche per i livelli salariali di importanti settori produttivi, come ad esempio la farmaceutica dove il lavoratore impiegato in Ticino guadagna circa la metà di quello del resto della Svizzera (in Svizzera circa 9700.- franchi il mese; in Ticino 5'000 franchi). Come ha sottolineato giustamente la dottoressa Amalia Mirante, questa tendenza sta ad indicare che il Ticino è attrattivo soprattutto per i bassi salari e che quindi anche in settori ad alto valore aggiunto le attività che si svolgono nel Cantone rischiano di essere quelle a minore valore aggiunto con il pericolo di un impoverimento dell’intera struttura economica cantonale. Quindi, i bassi salari ticinesi, dovuti storicamente al peso del frontalierato, rendono più debole la struttura economica del Paese e rappresentano quindi un pericolo per le prospettive future dell’economia cantonale.

Come mettere in pratica il risultato dello scorso 9 febbraio? Personalmente sono convinto che la soluzione migliore è di reintrodurre la preferenza per i residenti, come accadeva prima dell’introduzione della libera circolazione delle persone. In pratica, si concede il permesso di lavoro a un frontaliere solo dopo aver appurato che non ci sono residenti in cerca di lavoro in grado di svolgerlo. Per attuare questa decisione, occorrerebbe che di questo compito si assumessero la responsabilità gli Uffici del lavoro che conoscono nomi e profili dei disoccupati. Con questo compito anche i lavoratori che non beneficiano dell’assicurazione contro la disoccupazione sarebbero interessati ad iscriversi agli Uffici del lavoro.

Ma la novità più grande è un’altra: entro due anni andremo ancora a votare sull’Europa. E’ quanto ha annunciato il Consigliere federale, Didier Burckhalter, il quale ha detto che gli svizzeri saranno chiamati ad esprimersi sulla prosecuzione dei rapporti bilaterali con l’Unione Europea all’interno di un quadro istituzionale ben definito che verrà negoziati nei prossimi mesi da Berna e Bruxelles.

In pratica, si tratta di un nuovo voto sull’Europa che probabilmente rimetterà in discussione anche l’esito della votazione dello scorso 9 febbraio. Che dire? Sarà certamente una consultazione dall’esito molto incerto, in cui si scontreranno le posizioni di coloro che vogliono un avvicinamento all’Europa per motivi economici e politici e coloro che vogliono preservare la sovranità del nostro Paese. E’ impossibile prevedere quale sarà il clima politico tra due anni, ma è molto probabile che se sarà simile a quello attuale il no prevarrà, anche perché l’Europa è sempre più un carrozzone governato dai grandi gruppi di interesse e molto poco attento ai bisogni della popolazione. Vi è da aggiungere, a mo’ di conclusione, che tutto ciò conferma che il voto del 9 febbraio non ha pregiudicato le relazione del nostro Paese con l’Unione Europea.

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