
La questione dei flussi migratori sta segnando la fine del tempo di Angela Merkel e sta accelerando il processo di disintegrazione dell’Unione europea. E’ quanto emergerà platealmente nel vertice europeo di domani dove si preannuncia l’impossibilità di trovare un’intesa sui migranti. Proviamo dunque a formulare alcune ipotesi su due fenomeni che sono fra loro strettamente correlati.
Come noto, in Germania è in corso un braccio di ferro tra i cugini bavaresi della CSU e la CDU di Angela Merkel, che indipendentemente dall’esito finale segna la fine della leadership della cancelliera. Il tema “ufficiale” della contesa è la politica migratoria, ma in ballo vi è qualcosa di più del timore della CSU di perdere la maggioranza assoluta nelle elezioni che si terranno in Baviera in autunno. Molto probabilmente stiamo assistendo ad una operazione di élite simile a quella riuscita in Francia con Emmanuel Macron. Chi conta in Germania vuole prendere due piccioni con una fava: costringere Angela Merkel a lasciare la cancelleria nella consapevolezza che la cancelliera non ha più un grande consenso elettorale, che a livello europeo non riesce più a fungere da baricentro dell’Unione e a costruire quei compromessi grazie ai quali è diventata celebre e che a livello internazionale è diventata un peso dopo la partenza dell’amico Obama e l’arrivo di Donald Trump, con il quale non vi è alcuna intesa. La versione tedesca di questa operazione politica non è quella di costruire un personaggio e venderlo al pubblico, come è stato fatto in Francia, ma di estendere la presenza della CSU bavarese su tutto il territorio nazionale in modo da avere un partito di destra che sottragga terreno ai populisti di Alternative für Deutschland. Provocare la rottura con la CDU proprio sul tema della politica di accoglienza e quindi accreditare la CSU di una linea di fermezza sui migranti può fare parte di questo gioco. Il risultato sarebbe una CDU, presente elettoralmente anche in Baviera, che si profila, come già accaduto nell’era Merkel, come un partito di centro molto attento alle questioni sociali e una CSU incaricata di cercare di riconquistare gli elettori che hanno scelto Alternative für Deutschland. Questa ipotesi non è affatto pellegrina. Infatti sono già stati effettuati alcuni sondaggi che danno risultati promettenti per gli artefici di questa operazione: grazie al profilo politico molto più chiaro dei due partiti la CDU conquisterebbe il 22% delle preferenze e la CSU il 18%. La somma è superiore a quella ottenuta alle ultime elezioni.
Come sta accadendo in Francia, dove sta cominciando a declinare la stella di Macron, anche in Germania queste operazioni di “trasformismo politico” rischiano di avere il fiato corto. Non bastano nuove facce e nuove formazioni politiche, per poter continuare ad ottenere il consenso di una gran parte dell’opinione pubblica che sta continuando ad esprimere il proprio rigetto delle politiche seguite negli ultimi anni sia sulla questione dei flussi immigratori, sia sulle questioni economiche e sia sul futuro dell’euro e dell’Unione europea. Il motto gattopardesco di cambiare tutto per non cambiare nulla non funziona o funziona solo per un breve lasso di tempo. L’establishment europeo deve rassegnarsi all’evidenza che il problema non sono solo e tanto le immagini dei leader e le forme della rappresentanza politica, ma il rifiuto di scelte politiche che non hanno dato maggiore benessere ma solo incertezza e paura del futuro. Quello che chiede una maggioranza crescente di cittadini è protezione. La protezione richiesta è però in aperto conflitto con le politiche neoliberiste perseguite dall’Unione europea. Questa contraddizione può essere solo risolta attraverso una vera svolta politica che i continui pronunciamenti elettorali rendono sempre più vicina.
P.S.: Auguro buone vacanze a tutti i lettori che seguono questo blog. Anche il sottoscritto si prende una pausa fino all’inizio di settembre e vi ringrazia dell’attenzione e della simpatia che gli avete prestato.
Alfonso Tuor
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

