
I risultati elettorali di questa fine settimana in Spagna ed in Polonia confermano una tendenza che si sta manifestando ovunque in Europa e che rischia di essere ben più pericolosa dell’esito della crisi greca. Il quadro politico viene rimesso in discussione; scompaiono o vengono drasticamente ridimensionati partiti storici; vi è una frammentazione della rappresentanza politica che rende più difficile la formazione di coalizioni di Governo. Insomma l’Europa sta presiedendo al declino di vecchi partiti e favorendo l’affermazione di formazioni politiche nuove ne contestano non solo la politica, ma in molti casi le fondamenta.
Infatti il dato politico comune di queste consultazioni è che i partiti che sostengono l’attuale processo di integrazione europea escono sconfitte dalle urne così come era accaduto in Grecia all’inizio di quest’anno con la vittoria di Syriza. L’insofferenza nei confronti dell’Europa è diffusa e crescente anche se in questi due Paesi ha premiato formazioni di orientamento opposto.
E’ importante sottolineare che questi risultati elettorali si sono materializzati in due Paesi, le cui condizioni economiche sono ben diverse. La Polonia infatti ha superato brillantemente la crisi finanziaria del 2008 senza cadere in recessione e ha in questi anni fatto registrare ottimi tassi di crescita. Il suo buono stato di salute avrebbe dovuto favorire il presidente uscente Bronislaw Komorowski, espressione della Piattaforma civica da otto anni al Governo. Invece a vincere è stato lo sfidante Andrzej Duda dell’opposizione conservatrice di Legge e Giustizia che nella campagna elettorale ha detto di volere seguire l’esempio dell’Ungheria e del suo primo ministro Viktor Urban, che è diventato letteralmente la bestia nera di Bruxelles, poiché conduce una politica nazionalistica e chiede di ridurre il ruolo delle istituzioni europee. La vittoria di Duda fa prevedere che nelle elezioni che si terranno in ottobre Legge e Giustizia potrebbe ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento e quindi far cadere quell’asse preferenziale che si era creato tra Varsavia e Berlino. Il possibile terremoto politico in Polonia rischia di lasciare più sola Angela Merkel.
Anche perché tutto induce a ritenere che qualcosa di simile rischia di capitare in Spagna il prossimo mese di novembre. Nel Paese iberico additato come l’esempio della bontà delle politiche di austerità il Partito Popolare del primo ministro Mariano Rajoy ha subito un drastico ridimensionamento. A Rajoy non è bastato il leggero calo di una disoccupazione, che rimane comunque tra le più alte d’Europa, non sono bastati i segnali di ripresa dell’economia iberica e nemmeno le lodi di Bruxelles e Berlino al miglior allievo delle politiche di austerità. A vincere a Barcellona e a Madrid sono state le coalizioni civiche sostenute da Podemos, che è l’erede del movimento degli Indignados. In autunno Podemos non conquisterà la maggioranza, ma costringerà popolari e socialisti a formare un Governo di coalizione, che sarà politicamente debole, poiché in questa consultazione i voti per questi due partiti sono stati di poco superiori al 50%. Dunque anche la Spagna diventa una fonte di grande preoccupazione per l’Europa.
Quello che emerge è che chiaramente una buona parte dell’elettorato europeo si sta ribellando contro le politiche liberiste imposte da Bruxelles. Ad esempio, in Spagna è stato ridisegnato il mercato del lavoro su ordine dell’Europa con il risultato di vedere sì la disoccupazione diminuire leggermente, ma anche di dover constatare che i nuovi posti di lavoro non offrono salari adeguati a condurre una vita dignitosa e che si diffonde sempre più la povertà. Insomma, la crisi ha acuito lo scontento di milioni di persone che si sentono abbandonate dalle attuali politiche economiche che premiano solo una minoranza. Occorrerebbe ripensare l’intero modello liberista su cui si fonda l’Europa attuale, ma purtroppo è poco probabile che queste pesanti scoppole elettorali provocheranno cambiamenti nella politica europea.
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