
E’ sorprendente, ma gli ultimi sondaggi d’opinione danno Donald Trump in ritardo rispetto ad Hillary Clinton, ma non ancora escluso dalla corsa per la Casa Bianca. Il candidato repubblicano sembra beneficiare di un effetto teflon, in base al quale tutte le accuse gli scivolano via senza lasciare grandi tracce. Eppure la registrazione di un’intervista rilasciata al nipote di Bush una decina di anni fa, in cui chiaramente considerava le donne niente di più di un oggetto sessuale, e le accuse (non ancora provate) di aver tormentato altre donne non sembrano aver inciso sul suo elettorato, sebbene si aggiungano a dichiarazioni fatte durante questa campagna elettorale che inducono a ritenere che questi fatti non facciano solo parte di un passato lontano, ma siano espressione del suo modo di pensare. Può dunque essere interessante tentare di trovare una spiegazione per questo fenomeno.
In primo luogo, l’accanimento della stragrande maggioranza dei media americani e le prese di distanza dei principali leader repubblicani forniscono a una parte dell’elettorato americano la conferma che Donald Trump sta lottando contro l’establishment che sta mettendo in campo tutti i suoi mezzi e tutti i suoi uomini per impedire una sua vittoria. Insomma danno a Donald Trump la legittimità di outsider che sta lottando contro una Hillary Clinton ritenuta da tutti la rappresentante delle élite. Come è capitato in Gran Bretagna in occasione del referendum sulla Brexit, la presentazione di un quadro apocalittico nel caso di un’uscita del Paese dall’Unione europea diffuso con una campagna martellante dei media e i minacciosi avvertimenti di esponenti della City londinese hanno prodotto esattamente l’effetto contrario a quello desiderato. Il troppo stroppia e addirittura fa perdere credibilità ai suoi artefici.
Anche perché – ed è il secondo motivo – il sostegno a Donald Trump ha radici nel malcontento di gran parte della popolazione americana che ha subito negli ultimi anni un consistente peggioramento delle sue condizioni di vita. Basti ricordare il salario mediano della famiglia americana è sceso negli ultimi sette anni e che ora il 12% degli americani tra i 25 e i 54 anni non hanno occupazione e che un’altra buona parte dei lavoratori ha solo impieghi precari. Il candidato repubblicano ha saputo intercettare la “rabbia” di queste fasce sociali indicando il primo responsabile della diminuzione dei salari, della perdita dei posti di lavoro e della diffusione del lavoro precario nella globalizzazione che ha indotto molte imprese statunitense a trasferire all’estero la propria produzione. E la proposta di imporre dazi sulle importazioni, di denunciare l’accordo commerciale con Messico e Canada (NAFTA) e l’opposizione ai trattati di libero scambio con l’Unione europea e con alcuni Paesi asiatici vengono viste come una chiara rottura con le politiche economiche degli ultimi decenni. Con la riesumazione del protezionismo e con misure restrittive sugli immigrati il,legali, Donald Trump è riuscito ad intercettare la “rabbia” di larghe fasce sociali americane. Queste persone sono esasperate e ritengono che le proposte di Donald Trump provocheranno una svolta. Ed hanno ragione, anche se bisognerà osservare se il candidato repubblica manterrà le promesse o se potrà mantenerle (se fosse eletto). Anche per quanto riguarda la politica estera, il candidato repubblicano propone una rottura con il passato, come confermano la denuncia del fallimento degli interventi degli Stati Uniti in Vicino Oriente e la criticatissima apertura nei confronti della Russia di Putin.
Il terzo motivo è che anche Hillary Clinton è un candidato improponibile, poiché non è credibile. Oggi si oppone per motivi elettorali agli accordi commerciali con i Paesi asiatici e con l’Unione europea, ma fino a qualche mese fa ne era un’ardente sostenitrici, definendoli il nuovo “Gold standard” del commercio internazionale. Denuncia gli eccessi di Wall Street, ma immediatamente ne rassicura i dirigenti, come hanno mostrato gli ultimi documenti diffusi da Wikileaks.
Molto probabilmente Hillary Clinton sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, ma dovrà fare i conti con un Paesi diviso, dove non mancherà di riemergere l’esasperazione di molti americani contro l’establishment. La sconfitta di Donald Trump e quella di Bernie Sanders nelle primarie democratiche, come anche le rivolte degli afroamericani contro la polizia, indicano che gli Stati Uniti non saranno più quelli di prima. Il giocattolo si è rotto e rischia di cominciare una fase di forti tensioni sociali, anche perche le élite non vogliono cambiare e non hanno alcuna intenzione di varare politiche che rimargino le ferite sociali degli ultimi decenni.
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