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Si prolunga l'agonia della Grecia
Redazione
15 anni fa
Nell'accordo sottoscritto dall'Eurogruppo non credono né i greci né i Paesi europei a tripla A

Il dramma della Grecia non è affatto giunto all’epilogo con l’accordo sottoscritto dall’Eurogruppo martedì mattina dopo 12 ore di discussioni. Innanzitutto l’intesa raggiunta a Bruxelles deve essere ancora ratificata da alcuni Parlamenti europei, tra i quali spiccano quelli di Germania, Olanda e Finlandia (ossia di tre Paesi con la tripla A), ma soprattutto deve essere lanciato il programma di ristrutturazione del debito greco detenuto dagli investitori privati. Questi ultimi dovranno acconsentire allo scambio delle obbligazioni da loro detenute con nuove obbligazioni con un valore nominale ridotto del 53,5%. In questo modo permetteranno una riduzione di circa 100 miliardi di euro dell’ammontare complessivo del debito pubblico greco. Il successo di questa ristrutturazione “volontaria” è tutt’altro che scontato, poiché molti titoli sono oggi detenuti da grandi Hedge Fund, i quali hanno già espresso la loro contrarietà a questa operazione. Non sono quindi da escludere clamorose sorprese. In secondo luogo (ed è l’aspetto più importante) nessuno crede veramente che questo accordo sia risolutivo. Non lo credono i greci, che si preparano a malincuore a nuovi pesanti sacrifici e che non sperano di intravedere una luce alla fine del tunnel di questa severissima crisi; non lo credono nemmeno i Paesi forti dell’Europa, che hanno cercato in tutti i modi di tutelare i propri interessi, commissariando di fatto il Governo greco grazie alla presenza permanente della troika (Bce, UE e FMI) ad Atene con l’incarico di sorvegliare che vengano rispettati tutti gli impegni presi e tramite l’imposizione di una norma nella Costituzione greca che privilegia i pagamenti delle scadenze del debito rispetto alle spese correnti. Ma allora perché si è concluso questo accordo? Essenzialmente per tre motivi. Il primo è costringere (e nel contempo dare tempo) le banche tedesche e soprattutto quelle francesi ad ammortizzare gran parte dei loro titoli greci. Il secondo è evitare un collasso delle banche greche, che riceveranno 30 miliardi di euro di capitali freschi, per compensare le perdite che registreranno a causa della ristrutturazione dei titoli greci da loro detenuti. Di transenna, le banche greche, che hanno visto negli ultimi mesi fuggire un’enorme quantità di depositi e che quindi sopravvivono solo grazie ai prestiti della Banca centrale europea, non riceveranno invece soldi per allentare la stretta creditizia che contribuisce a soffocare l’economia greca. Il terzo motivo è che l’Europa non vuole un fallimento disordinato della Grecia, poiché teme l’effetto contagio, che rimetterebbe in subbuglio i titoli di stato portoghesi, spagnoli e italiani. Non è casuale che sia stato proprio il Presidente del Consiglio italiano Mario Monti a spendersi per giungere a questa intesa. Si può dunque sostenere che questo accordo prolunga l’agonia della Grecia, non crea le premesse per il rilancio di un’economia che nel quarto trimestre dell’anno scorso si è contratta del 7% e fa ritenere irrealistico l’obiettivo di ridurre il debito pubblico dall’attuale 160% del PIL a poco più del 120% nel 2020. Inoltre, anche se questo rapporto tra debito pubblico e PIL venisse raggiunto, sarebbe ancora eccessivamente elevato e quindi rappresenterebbe unicamente il punto di partenza di nuovi sforzi di risparmio. Ma al di là delle considerazioni su questa intesa, sono da sottolineare due punti essenziali della discussione sviluppatasi nelle ultime settimane sulla crisi greca. La crisi greca ha mezzo in luce in modo inequivocabile la “impraticabilità” politica del salvataggio dell’euro. Infatti, l’asse franco-tedesco, che sembrava determinare la politica europea, è stato sostituito dal Club dei Paesi a tripla A (Germania, Olanda e Finlandia). I ministri di questi Paesi si sono incontrati più volte per definire una linea comune e hanno dichiarato di non essere disposti a spendere nemmeno un euro in più per salvare la moneta unica europea. Inoltre hanno deciso che non vogliono aumentare la dotazione del futuro ESM rispetto agli attu

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