
Alla fine di questo mese si apre ufficialmente la battaglia sul dollaro. Infatti i leader di Cina, Russia, India, Brasile e Sudafrica (i cosiddetti BRICS) costituiranno una banca di sviluppo dotata di un capitale di 50 miliardi di dollari e metteranno a disposizione 500 miliardi di fondi che potranno essere utilizzati per aiutare un Paese in difficoltà finanziarie, copiando il modello su cui si basa il Fondo Monetario Internazionale. Pechino inoltre sta raccogliendo adesione alla sua proposta di creare una Banca asiatica per le infrastrutture finanziata dagli Stati della regione.
Queste iniziative hanno un’enorme valenza politica ed economica. In pratica, il Governo cinese ha deciso di creare un sistema alternativo a quello fondato sull’FMI e dominato dagli Stati Uniti dopo che i tentativi di dare maggior peso ai Paesi emergenti nelle attuali organizzazioni internazionali non sono state approvate dal Congresso statunitense. Oggi, il peso della Cina nell’FMI corrisponde a quello dei Paesi del Benelux, nonostante il suo peso economico e la sua influenza sull’economia internazionale sia ben più importante di quelli di Belgio, Olanda e Lussemburgo. L’insofferenza di Pechino nei confronti di Washington continua a crescere da tempo, ma mai finora si era manifestata con un passo formale di tale rilevanza. Finora le iniziative di Pechino si sono concentrate nell’estensione dell’uso dello yuan quale strumento di pagamento nelle transazioni commerciali internazionali. A tale scopo la banca centrale cinese ha firmato numerosi accordi con le banche commerciali di molti Paesi emergenti, in cui si impegna a saldare l’eventuale disavanzo negli scambi commerciali bilaterali. A questi accordi si sono già affiancati accordi tra le banche centrali della Cina e dei Paesi del Sud-Est asiatico per aiuti reciproci nel caso di difficoltà finanziarie. Tutte queste iniziative mirano a usare sempre meno il dollaro e hanno l’obiettivo di internazionalizzare l’uso del renminbi. Infatti la Cina continua giustamente ad opporsi alla convertibilità della propria valuta, poiché ne perderebbe il controllo che passerebbe ai mercati finanziari internazionali. Il distacco della Cina dal dollaro è anche confermato dal fatto che, nonostante le riserve valutarie cinese abbiano continuate ad aumentare, l’ammontare degli investimenti in dollari è rimasto pressoché costante tra l’aprile del 2013 e l’aprile di quest’anno.
Quali sono i motivi che hanno spinto il Governo cinese a sfidare apertamente gli Stati Uniti, andando a mettere in discussione l’egemonia di un dollaro che permette agli americani di vivere al di sopra dei loro mezzi? In primo luogo, la decisione dell’amministrazione Obama di definire l’Asia, e quindi il confronto con la Cina, il perno della propria politica estera. Per Pechino si tratta di una politica di accerchiamento della Cina, che si esplicita nell’appoggio di Washington alla riforma costituzionale che permetterà il riarmo del Giappone e nel sostegno degli Stati Uniti a Filippine e a Vietnam nelle dispute sulle acque territoriali. In secondo luogo, Washington sta negoziando con i Paesi asiatici un accordo commerciale che dovrebbe creare un’area di libero scambio del Pacifico. Da queste trattative, per volere della Casa Bianca, è stata esclusa la Cina. Oggi gli accordi commerciali fanno parte di quella “guerra asimmetrica” che è in corso tra le principali potenze. Quindi, Pechino ha letto questi negoziati come una conferma (commerciale e economica) dell’obiettivo americano di isolare la Cina. In terzo luogo, molto probabilmente Pechino ha deciso di compiere questo passo, poiché non si sente più sola. L’accordo concluso con la Russia di Putin va ben oltre i 400 miliardi di dollari stanziati per acquistare petrolio e gas russi. Si tratta di un trattato di amicizia che tocca sia gli aspetti militari, di intelligence, economici e finanziari. Forse mai nella storia le relazione trai due Paesi sono state così buone, sicuramente non ai tempi di Mao e Stalin che si guardavano reciprocamente in cagnesco.
Quali conseguenze ha questo passo sul futuro del dollaro? Nel breve termine, probabilmente nessuno; nel lungo termine avrà un grande impatto. Ad esempio, le dichiarazione del Governo francese di volersi sganciare dal dominio del dollaro quale ritorsione contro la multa di 9 miliardi di dollari inflitta a BNP-Paribas assumono una certa valenza grazie a questo passo cinese. Ancora, la forte reazione della cancelliera Angela Merkel contro gli Stati Uniti per un nuovo atto di spionaggio a danno della Germania è possibile grazie a questo nuovo polo (non è casuale che queste dichiarazione della Merkel siano state fatte a Pechino durante un viaggio ufficiale). In pratica, oggi appare possibile ribellarsi all’arroganza statunitense e di questo dobbiamo essere grati a Pechino e anche a Mosca. Bisogna però tenere presente che un attacco all’egemonia del dollaro rappresenta per Washington un “casus belli”. Infatti la superpotenza americana può sopravvivere solo grazie al ruolo che gioca il dollaro. Quindi, è certo che le relazioni internazionali diventeranno molto più tese e che si moltiplicheranno i tentativi di destabilizzazione. Insomma, si tratta di una partita delicata e pericolosa che potrebbe sfociare in una nuova guerra fredda.
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