
I massimi storici della borsa americana e di quella tedesca confermano che le continue iniezioni di liquidità delle principali banche centrali sta facendo aumentare il rischio della formazione di nuove bolle finanziarie. I mercati sono infatti “guidati” dalle banche centrali e continuano a salire in base alla convinzione che la Federal Reserve statunitense non ridurrà ben presto gli 85 miliardi di dollari che stampa ogni mese. Non è prevedibile alcun cambio di strategia nemmeno da parte della Banca centrale britannica e nemmeno da quella giapponese. Quanto alla Banca centrale europea è noto che si appresta a lanciare una seconda operazione di finanziamento del sistema bancario del Vecchio Continente alla vigilia di uno stress test che, se condotto seriamente, metterebbe in mostra le condizioni di salute molto precarie (e in alcuni casi fallimentari) degli istituti europei. Quindi, è prevedibile che i soldi continueranno a scorrere e che quindi i mercati potranno continuare a beneficiare di una “garanzia statale”. Il pericolo bolla non riguarda unicamente i mercati azionari, ma quasi tutti i principali strumenti finanziari. I crediti ad alto rischio si stanno ampliando a dismisura grazie a tassi di interesse spinti al ribasso dalle banche centrali, i prezzi degli immobili in alcuni Paesi mostrano segnali indubitati di surriscaldamento (dalla Svizzera alla Germania fino a molti Paesi asiatici) e si potrebbe continuare di questo passo. Anche il periodo di quiete delle obbligazioni dei Paesi di Eurolandia e il rafforzamento della moneta unica nei confronti del dollaro sono il risultato di queste politiche monetarie espansive che permettono di non valutare appieno i rischi di molti titoli, come quelli emessi dallo Stato italiano. Ma entriamo nel merito, avvalendoci dei dati apparsi sul Financial Times di martedì scorso.
Se si analizza lo Standard&Poor’s 500, che è salito nell’ultimo anno del 21%, si scopre che questo rialzo non dipende dal miglioramento della redditività delle società incluse nell’indice. Infatti la borsa sale, nonostante diminuisca l’utile medio per azione (esattamente da 30 dollari a meno di 27 dollari). Uno studio della JPMorgan mette in luce che nel terzo trimestre di quest’anno la crescita degli utili sarà la metà di quella prevista lo scorso mese di giugno. Dato che costantemente i risultati trimestrali vengono accompagnati dalla precisazione che sono migliori delle aspettative, ci si può domandare: come mai? La risposta è semplice: nel corso del trimestre analisti e società interessate hanno provveduto a ridurre sensibilmente le previsioni fatte in modo da poter affermare al momento della presentazione dei risultati che gli stessi sono migliori delle aspettative. Il classico meccanismo per prendere in giro il piccolo investitore. Ma c’è di più. Gli investimenti al margine (ossia attraverso il ricorso all’indebitamento) è ai massimi storici. Inoltre – forse anche più significativo – le azioni delle società più indebitate stanno salendo più della media dell’intero mercato. Inoltre, le società (anche quelle sempre nelle cifre nere) stanno sfruttando il basso costo del denaro indebitandosi sempre più, ma non per finanziare nuovi progetti di investimento, ma per riacquistare le proprie azioni. Non vi è indicazione più chiara per ribadire che questa politica monetaria non sta rilanciando l’economia reale, ma alimentando la speculazione finanziaria.
Gli effetti della politica americana non si avvertono solo negli Stati Uniti, ma anche altrove. Infatti la liquidità si spande nel mondo e serve, ad esempio, a spingere al rialzo anche le borse europee e a creare una quiete artificiale anche in Eurolandia. Infatti la salita dell’euro nei confronti del dollaro è dovuta a capitali che si spostano nel Vecchio Continente per comprare azioni, meno care di quelle statunitensi, e obbligazioni, che offrono rendimenti superiori. Ma tutto ciò dovrebbe preoccupare, poiché questi afflussi di capitali possono all’improvviso e molto rapidamente diventare dei deflussi ed in tal caso all’improvviso riemergerebbe la crisi dell’euro e salirebbero i tassi dei titoli statali dei Paesi europei in difficoltà, mettendo in luce che la crisi dell’euro non è affatto finita e che la situazione economica di Paesi come l’Italia è sempre più grave, per non dire “senza speranza”.
In conclusione, la continua stampa di liquidità da parte delle banche centrali sta creando bolle speculative sempre più grandi e sempre più pericolose. Questo processo è destinato a continuare fino a quando non cambieranno queste politiche monetarie, che non aiutano l’economia reale, ma solo il settore finanziario. Paradossalmente, l’ingrossarsi di queste bolle speculative rende ancor più pericoloso il compito delle banche centrali e soprattutto di quella americana che, prima o poi, dovrà cominciare a ridurre la quantità di moneta che stampa mensilmente. Da quel momento si porrà concretamente il pericolo dello scoppio di queste bolle speculative, che potrebbe ulteriormente peggiorare la situazione delle economie occidentali che non hanno ancora imboccato la via di una ripresa solida e duratura.
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