
La conclusione della vertenza americana del Credit Suisse è molto salata, ma la banca può tirare un sospiro di sollievo, poiché non è stata rimessa in discussione la sua licenza bancaria e soprattutto la possibilità di operare sul mercato del dollaro. Questa vicenda solleva però molti interrogativi: gli attuali vertici possono continuare a dirigere il secondo istituto svizzero? I bonus elargiti ai massimi dirigenti della banca dovrebbero essere restituiti? Ed infine questa multa miliardaria potrà essere dedotta dalla dichiarazione fiscale del Credit Suisse e quindi parzialmente pagata dai contribuenti elvetici
Innanzitutto, appare a questo punto evidente come si concluderanno le vertenze analoghe di Julius Bär e Banca cantonale di Zurigo che sono, come il CS, nel mirino del Ministero della giustizia statunitense. Anch’esse saranno costrette a pagare multe molto salata (chiaramente inferiori ai 2,6 miliardi di dollari che pagherà il CS) e a riconoscere la loro colpevolezza. Insomma andrà peggio di quanto sia andata a UBS. Il motivo di questa maggiore severità è dovuto a tre motivi: il primo è che il miglioramento della situazione finanziaria non fa temere che questa severità abbia conseguenze sistemiche; il secondo è la risposta dell’amministrazione Obama alle critiche interne di essere stata troppo indulgente nelle cause di diverso genere intentate contro le banche; il terzo motivo è che questo caso è stato risolto rispettando la legge svizzera sul segreto bancario, evitando quello strappo che aveva necessitato il varo di un’apposita “Lex UBS” per consegnare a Washington i nomi di alcuni clienti americani della maggiore banca svizzera.
Il Credit Suisse può considerarsi soddisfatto di aver messo alle spalle questo contenzioso con le autorità americane, anche se indubbiamente il prezzo è molto elevato. Il sospiro di sollievo della seconda banca svizzera non permette però di porre alcune questioni.
In primo luogo, la banca può essere ancora guidata dal Presidente del CdA, Urs Rohner, e dal CEO, l’americano Brady Dougan? Dal punto di vista legale, sembra che l’accordo salvi le loro poltrone, ma, dal punto di vista dell’opportunità, si pongono molte domande. Come noto, Brady Dougan è stato chiamato a deporre davanti alla Commissione bancaria del Senato americano. In quell’occasione, il CEO del Credit Suisse dichiarò che i vertici della banca non sapevano nulla dell’operato dei loro funzionari che avevano aiutato alcuni cittadini americani ad evadere il fisco. Questa dichiarazione, che era stata fortemente criticata dall’associazione dei dipendenti della banca, era apparsa subito poco credibile e aveva immediatamente provocato l’indurimento della posizione americana. Dunque, un primo punto interrogativo sulla linea di difesa e di comunicazione adottata dai massimi dirigenti della banca. Ma vi è un altro punto da non sottovalutare: anche in Svizzera la legge prevede che le banche possano essere dirette solo da persone irreprensibili. A questo punto, questo requisito non sembra più soddisfatto e sarebbe necessario tirare le debite conclusioni.
In secondo luogo, i massimi dirigenti del Credit Suisse percepiscono bonus di notevole entità. Ci si può dunque domandare se alla luce dei risultati conseguiti questi bonus non debbano essere restituiti alla banca.
In terzo luogo, vi è la questione fiscale. Più precisamente, il CS, come le altre banche, potrà dedurre il pagamento di 2,6 miliardi agli Stati Uniti dalla propria dichiarazione fiscale. Una sentenza del Tribunale cantonale di Zurigo su una multa inflitta ad un’industria svizzera per violazione delle norme sulla concorrenza fa ritenere che anche questo versamento sia deducibile fiscalmente. Questa sentenza appare assurda. Infatti, è come se una persona fisica possa dedurre fiscalmente l’ammontare di una multa per eccesso di velocità. Se ciò è possibile, la conclusione è logica: anche noi cittadini siamo di fatto chiamati a contribuire (seppure indirettamente) al pagamento della “multa” del CS e delle altre banche. Si tratterebbe di un’ingiustizia clamorosa.
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