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Sarà un autunno di fuoco per i mercati
Redazione
11 anni fa
Il lunedì nero delle borse è un’avvisaglia dei rischi di mercati finanziari drogati e di un’economia con il fiato sempre più corto

Il lunedì nero delle borse è stato un fuoco di paglia oppure un’avvisaglia? Nonostante il forte rimbalzo delle borse occidentali di ieri, vi è motivo di ritenere che si sia trattato di un segnale premonitore dei rischi di mercati finanziari sopravvalutati e di un’economia internazionale con il fiato sempre più corto. I motivi sono facilmente sintetizzabili.

Innanzitutto, i problemi della Cina, indicata quale detonatore della crisi, non sono stati affatto risolti con la decisione di ieri di ridurre i tassi di interesse e di diminuire le riserve obbligatorie che devono detenere le banche. La seconda economia del mondo sta bruscamente frenando, come confermano i dati che vanno dalla contrazione della produzione industriale al calo delle esportazioni. Le ragioni di questa brusca frenata sono molte. Tra le principali figurano certamente le grandi difficoltà del cambiamento del modello economico del Paese, vale a dire da un modello basati su bassi salari, grandi investimenti ed esportazioni ad un modello basato sul rafforzamento della domanda interna. Questo passaggio, indubbiamente non facile, è stato reso estremamente difficile da clamorosi errori della leadership cinese. In primis, la scelta di favorire la corsa della borsa (salita del 150% dal giugno del 2015 al giugno di quest’anno), dando ampia libertà nel margin lending, ossia nella possibilità di prendere soldi a prestito per investire in azioni. Il risultato è stata la formazione di un’enorme bolla borsistica che ora sta scoppiando, nonostante le misure di sostegno varate da Pechino. Il secondo grande errore è stato di aver lasciato apprezzare eccessivamente lo yuan e di aver cambiato politica proprio nel bel mezzo di una crisi borsistica, giustificando l’impressione di scelte determinate dalla paura e soprattutto poco ponderate. Il risultato è che ora si è ampliata una fuga di capitali dalla Cina che costringe la banca centrale ad intervenire pesantemente sui mercati per evitare un forte calo del tasso di cambio dello yuan.

Questa confusione delle autorità cinesi non è casuale, ma è dovuta al fatto che è in corso una lotta di potere senza esclusioni di colpi ai vertici del Partito Comunista Cinese. Le difficoltà economiche e della borsa vengono infatti usate dagli avversari (e sono potenti e molto numerosi) di Xi Jinpin per determinare un cambiamento di vertice (su questo ritorneremo più approfonditamente in un prossimo blog). Le difficoltà cinesi, conosciute da tempo, hanno provocato forti scossoni sui mercati finanziari, perché si aggiungono alle gravi situazioni di crisi oscurate finora dalla politica dei tassi di interesse a livello zero e dalle continue iniezioni di liquidità delle banche centrali.

Infatti, ed è il secondo punto, il problema centrale è che a sette anni dalla crisi dei subprime l’economia mondiale non riesce ad imboccare la strada di una ripresa sana e duratura e non drogata dalle politiche monetarie delle principali banche centrali. Sulle ragioni di questo fenomeno, che spinge molti economisti di fama mondiale (come Lawrence Summers e Joseph Stiglitz) a parlare di rischio di “stagnazione secolare”, ci siamo soffermati più volte. L’economia di mercato non riesce più a funzionare come in passato a causa di una carenza di domanda finale, causata dall’aumento delle diseguaglianze e dalle politiche neoliberiste imposte dai mercati finanziari. Siamo insomma in una situazione che si può definire in diversi modi: sovraproduzione, eccesso di risparmio, carenza di investimenti, ecc. Qualunque sia la definizione preferita il risultato è che siamo sull’orlo di una pericolosa deflazione. Ed è qui che si interseca la reazione dei mercati internazionali al crollo della borsa cinese.

Infatti la frenata cinese deprime le economie dei Paesi produttori di materie prime costringendoli a tagliare le importazioni e a ridurre la domanda globale. D’altro canto, il vantaggio del calo del prezzo delle materie per i Paesi consumatori viene azzerato dal calo dell’export verso questi Paesi e dal taglio degli investimenti dei produttori di materie prime. Insomma, la crisi cinese mette in luce che il calo dei prezzi delle materie prime non è tanto e solo dovuto ad un aumento eccessivo della produzione (ad esempio nel caso del petrolio la produzione aggiuntiva dello shale oil americano), ma anche a un calo della domanda. Il forte calo dei prezzi delle materie prime sarà all’origine anche della prossima crisi finanziaria, che sarà determinata dall’insolvenza di molti produttori marginali. I primi segnali non mancano, come mettono in mostra il preoccupante stato finanziario della spagnola Abengoa gravata di miliardi di debiti piazzati sui mercati dei capitali con tutto il corollario di altri strumenti finanziari come i Credit Default Swap. Infatti la bolla formatasi sui debiti dei produttori di materie prime è ben più ampia di quella dei mutui subprime e scoppiando ci farà ricordare che non sono stati corretti gli eccessi dell’industria finanziaria.

In conclusione, la crisi cinese conferma la previsione di un ulteriore forte rallentamento dell’economia mondiale e quindi il timore di deflazione. E in un mondo in cui la finanza continua a costruire discutibili strutture di finanziamento dei debiti e a queste aggiunge un’enorme quantità di strumenti della nuova ingegneria finanziaria anche pochi decimali di crescita in meno hanno un forte potenziale esplosivo. Appare quindi giustificato aspettarsi un ulteriore rallentamento dell’economia europea e anche di quella svizzera ed un autunno di fuoco per i mercati finanziari.

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