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Salvare ancora le banche europee?
Redazione
15 anni fa
Mentre si usano miliardi pubblici per le banche, nessuno si occupa dell'economia

La nuova parola d’ordine europea è “ricapitalizziamo le banche per salvare l’euro”. Questa strategia ha qualche probabilità di successo oppure serve unicamente a prolungare l’agonia della moneta unica europea? E’ quindi legittimo interrogarsi su questa scelta. Non vi è dubbio che molte grandi banche europee sono nuovamente sull’orlo del collasso. E dato l’alto livello delle interconnessioni tra le diverse banche, l’intero sistema è in pericolo. L’esempio della banca franco-belga Dexia è emblematico. Dexia, che era già stata salvata nel 2008 con l’iniezioni di 6,4 miliardi di euro da parte di Belgio, Francia e Lussemburgo, aveva superato brillantemente alcuni mesi fa gli stress test, ossia l’esame sulla solidità dei diversi istituti. Oggi deve pero’ essere nuovamente salvata attraverso un suo smembramento e la creazione di una “bad bank” (cattiva banca), che godrà delle garanzie statali di Bruxelles e di Parigi, nella quale verranno infilati circa 90 miliardi di euro di titoli tossici, fra cui anche i mutui ipotecari subprime americani protagonisti della crisi che portò al fallimento dell’americana Lehman Brothers. Insomma, il conto per i contribuenti belgi e francesi non è ancora stato stilato in modo definitivo, ma è sicuramente destinato ad essere molto salato. La situazione di altre grandi banche europee non è molto diversa. Tutti sanno che nelle pieghe dei loro bilanci non vi sono solo i titoli statali dei Paesi europei in difficoltà, ma anche i residui della precedente crisi finanziaria. E’ evidente che un collasso del sistema bancario avrebbe conseguenze catastrofiche per l’intera economia europea e, quindi, il salvataggio delle banche appare un passo obbligato. Detto cio’, non si puo’ passare sotto silenzio il fatto che Governi e autorità di sorveglianza hanno fatto ben poco in questi anni per riformare e soprattutto per ridurre i rischi latenti nel sistema bancario. Quindi anche oggi gli Stati sono posti di fronte ad una situazione simile a quella del 2008 quando furono costretti a correre in soccorso delle banche. Per ricapitalizzare il sistema bancario europeo occorrono, secondo il Fondo Monetario Internazionale, 200/300 miliardi di euro. Dove si troveranno questi soldi? La risposta non è affatto scontata. I Paesi europei già gravati da eccessivi disavanzi e debiti pubblici non dispongono di sufficienti risorse. Altrettanto vale per altri Paesi. Ad esempio, la Francia entrerebbe immediatamente nella categoria dei Paesi in difficoltà, se dovesse ricapitalizzare le sue tre grandi banche, che sono oggi tra quelle piu’ a rischio. Se, come probabile, questa strada non risulterà praticabile, si ricorrerà molto probabilmente al Fondo Salva-Stati. Anch’esso pero’ non ha fondi sufficienti. Ecco allora emergere l’idea di trasformarlo in una banca, che beneficerebbe della garanzia dei singoli Paesi europei e che potrebbe finanziarsi presso la Banca centrale europea. Insomma, nuovi debiti per risolvere i problemi dei debiti. Al di là di tutte le finzioni, si tratterrà di un nuovo trasferimento a carico degli Stati delle perdite private delle banche. Quindi, direttamente o indirettamente la ricapitalizzazione delle banche verrà pagata dai contribuenti europei. C’è da chiedersi se questa politica sarà tollerata soprattutto nei Paesi in cui in nome della crisi si conducono politiche di austerità che decurtano il tenore di vita di ampi strati della popolazione. A questo punto non si è comunque ancora risolta la crisi dell’euro. La Grecia è sempre appesa al filo degli aiuti europei e del Fondo Monetario Internazionale, il Portogallo sta sprofondando in una situazione simile a quella greca ed Italia e Spagna restano sull’orlo del burrone. Per questi motivi la ricapitalizzazione delle banche non puo’ bastare nemmeno per poter condurre una ristrutturazione ordinata del debito greco. E intanto dell’economia reale non si preoccupa nessuno. Eppure solo una forte e sana crescita potrebbe permettere di superare la crisi. Mi permetto a questo

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