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Quel nervosismo dei mercati finanziari
Redazione
13 anni fa
Le borse non sembrano giustamente credere alle ottimistiche previsioni di ripresa formulate dai Governi

Nelle ultime settimane si è notato un certo nervosismo sui mercati finanziari. Lunedì scorso vi sono stati significativi ribassi delle borse dopo un mese di gennaio chiuso in calo dai principali indici azionari. A prima vista si può senz’altro concludere che si tratta di una fase di assestamento delle borse dopo la corsa al rialzo degli ultimi due anni. Infatti l’entità delle perdite è a tal punto ridicola che è anche difficile parlare finora di correzione dei mercati. Questo nervosismo pone comunque alcuni interrogativi. In particolare, i mercati finanziari sono in grado di reggere di fronte a politiche monetarie meno espansive? E’ solida la ripresa americana? I segnali incoraggianti che provengono da alcuni Paesi europei preannunciano veramente l’inizio di una ripresa?

Pur non azzardando alcuna previsione sulle prospettive dei mercati, colpisce comunque la volatilità dei mercati rispetto alle previsioni ottimistiche di Governi e banche centrali sul prossimo futuro. Tra gli operatori vi sembra essere un certo scetticismo sulle previsioni ottimistiche diffuse dalle autorità e, quindi, una grande sensibilità ai dati economici dei diversi Paesi. Queste incertezze sono ampiamente giustificate.

Innanzitutto gli investitori sono consapevoli che la corsa al rialzo dei mercati è stata in gran parte alimentata dalle politiche monetarie fortemente espansive delle banche centrali. Quindi, il primo timore concerne le conseguenze della decisione della banca centrale americana di ridurre il ritmo di immissione di nuovi dollari nel circuito economico attraverso gli acquisti di obbligazioni. La Federal Reserve – è bene sottolinearlo – sta continuando ad irrorare i mercati di nuova liquidità, ma a quantità inferiori. Dagli 85 miliardi di dollari iniziali si è passati agli attuali 65 miliardi ed è probabile che questo ammontare venga ridotto ulteriormente nei prossimi mesi.

Questa decisione della Federal Reserve ha provocato immediati contraccolpi sui mercati, in particolare in quei Paesi emergenti (come Turchia, Sudafrica, Indonesia e Brasile) che avevano beneficiato di forti afflussi di capitali stranieri. Il deflusso di parte di questi capitali ha provocato un deprezzamento delle loro valute e costretto alcune banche centrali ad alzare i tassi di interesse per frenare questo fenomeno. Il secondo timore è la sostenibilità degli utili societari. Infatti i dati dell’ultimo trimestre sono stati positivi rispetto a previsioni che però erano state precedentemente corrette al ribasso. Inoltre, molte società hanno dichiarato di non prevedere un ulteriore aumento della loro redditività nei prossimi trimestri. Il terzo timore riguarda la solidità della stessa ripresa americana, che negli ultimi tre mesi dell’anno scorso aveva visto il PIL aumentare al tasso annualizzato del 3,2% (ossia dello 0,8%).

Gli ultimi dati, forse anche condizionati dall’eccezionale ondata di mal tempo, hanno creato dubbi, che vengono ampliati dal timore che un possibile aumento del costo del denaro possa frenare i consumi e incrinare la ripresa del settore immobiliare. Il quarto timore riguarda un rallentamento di entità maggiore di quella già prevista della crescita cinese con gli inevitabili effetti a cascata sulle economie del resto del mondo e in particolare su quelle dei Paesi esportatori di materie prime. Il quinto timore riguarda l’economia dell’area euro. Anche le più ottimistiche previsioni indicano una ripresa debole (attorno all’1%) non in grado di frenare l’aumento della disoccupazione e di contrastare le pressioni deflazionistiche messe in mostra da un basso tasso di inflazione che è dello 0,8% . Inoltre, si teme il riemergere della crisi dei debiti pubblici, che è apparentemente scomparsa grazie all’effetto tonificante della grande liquidità in circolazione anche sui tassi di interesse dei Paesi in maggiore difficoltà. E si potrebbe continuare.

Queste paure dimostrano la situazione di grande fragilità dell’economia mondiale. Gli abbozzi di ripresa sono deboli e si teme che possano essere cancellati anche solo da politiche monetarie un po’ meno espansionistiche. Tutto ciò obbliga a riflettere sulla bontà della risposta alla crisi che si è fondata principalmente sulla politica monetaria. Essa ha beneficiato il settore bancario, che si è potuto rifinanziare a tassi irrisori, i mercati finanziari, su cui si è riversata gran parte della liquidità aggiuntiva iniettata nel sistema, e sul costo del denaro a livelli minimi che ha penalizzato soprattutto i piccoli risparmiatori.

Questa politica può creare solo delle riprese effimere – come ha scritto l’ex segretario al Tesoro americano Lawrence Summers – grazie all’aumento dell’indebitamento delle famiglie e grazie alla formazione di nuove bolle finanziarie. Ed è questo il timore dei mercati. Si può comunque essere certi che se le fibrillazioni dei mercati dovessero continuare, le banche centrali di nuovo accorrerebbero ad aiutarli. E’, ad esempio, scontato che la Banca centrale europea si appresta a iniettare nuovi grandi capitali nel circuito economico con l’obiettivo di spingere le banche a fornire maggiore credito ad imprese e famiglie. Anche la Federal Reserve sicuramente sospenderebbe il suo programma di riduzione delle iniezioni di liquidità, se dovesse perdurare il nervosismo dei mercati. Tutto ciò permetterà di guadagnare ulteriore tempo. E’ da vedere fino a quando la popolazione europea e americana starà al gioco. Come mi diceva un amico, si stanno creando le condizioni per gravi tumulti sociali.

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