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Quali prospettive per i giovani?
Redazione
13 anni fa
Il mercato offre per lo più lavori temporanei e a salari inferiori a quelli di prima

Quali possono essere le aspettative di un giovane di oggi? La speranza è indubbiamente trovare un posto di lavoro corrispondente ai suoi desideri e ai suoi studi. Ma questa speranza sta diventando in molti Paesi occidentali una chimera. Se poi l’attenzione si sposta dal tipo di lavoro allo stipendio e al genere di contratto il quadro diventa ancora più cupo. La crisi sta infatti favorendo lo sviluppo di un mercato del lavoro a due velocità. Infatti ovunque si assiste ad una forte crescita degli impieghi a bassi salari, ossia di lavoratori (soprattutto giovani) pagati molto meno dei lavoratori di “lungo corso” con i quali operano quotidianamente a contatto di gomito. Sono i “mini-jobs” della Germania, i contratti a tempo determinato dell’Italia e così via. Il peso percentuale di questi lavoratori di “seconda categoria” è rilevante: negli Stati Uniti i lavoratori che guadagnano meno dei due terzi del salario mediano sono il 24,8%; in Germania il 20,2%; in Italia più di un quarto del totale. Il fenomeno sta cominciando ad attecchire anche nel nostro Paese con l’aumento dell’immigrazione soprattutto del numero dei frontalieri disposti ad accettare qualsiasi stipendio pur di lavorare. Il risultato di questi processi è molto negativo: il potere negoziale dei lavoratori è ridotto al minimo a tal punto da aver spinto molti Paesi (dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna; dalla Francia e ora forse anche la Germania) a stabilire per legge un salario minimo. Un fenomeno che comincia a manifestarsi anche in Svizzera con la proposta sindacale di un salario minimo di 4'000 franchi, su cui saremo chiamati a votare. L’adozione di questa misura in Gran Bretagna e negli Stati Uniti non ha provocato una perdita di posti di lavoro, come molti temevano. Bisogna però sottolineare subito che in questi Paesi il salario minimo era molto basso e proporzionalmente inferiore ai 4mila franchi proposti in Svizzera. Ma torniamo alla domanda iniziale e al giudizio su questa evoluzione del mercato del lavoro.

Questo trend è figlio della lotta per una sempre maggiore competitività, particolarmente acuita da una crescita economica modesta e dall’impennata della disoccupazione nel mondo occidentale. Si tratta di una corsa al ribasso che produce effetti perversi sia a livello sociale sia a livello economico. Infatti accentua quel fenomeno, che è la causa prima dell’attuale crisi, che può essere riassunto in questo modo: coloro che vogliono spendere non hanno i soldi per consumare e coloro che hanno sempre più soldi non vogliono consumare di più. In pratica accentua le pressioni deflazionistiche che già si manifestano ovunque. Questo processo è destinato a produrre solo disastri a livello macroeconomico. Infatti se è comprensibile per il datore di lavoro risparmiare sui salari per essere più competitivo, questo vantaggio è al massimo solo temporaneo, poiché anche i concorrenti faranno lo stesso e quindi diventa un processo che non ha fine, ma che nel frattempo riduce gli sbocchi di mercato, poiché provoca la contrazione della domanda finale. Ciò vale sia per un’impresa sia per un Paese che spera di sottrarre quote di mercato ai concorrenti di altri Paesi. Il tutto è destinato a rafforzare le tendenze deflazionistiche presenti nelle nostre economie.

Ma vi sono anche conseguenze sociali e politiche. Ad esempio questa cultura della provvisorietà imposta alle giovani generazioni non permette di pianificare la propria vita, ossia a formare una famiglia a crescere dei figli, ecc. E’ questa la società che vogliamo? Non credo e non credono nemmeno molti cittadini europei e americani che si stanno allontanando dai partiti europei e americani di destra e sinistra, che (seppure in forme diverse) legittimano questo modo di gestire le nostre economie. E’ quindi prevedibile che, ad esempio, alle prossime elezioni europee vinceranno i partiti che contestano l’Europa e che in svizzera possano vincere quelle iniziative popolari che contestano la libera circolazione delle persone. Questa prospettiva non deve affatto far paura. Anzi.

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